Nuvole senza Messico

Il pezzo di Giorgio Canali mi ha fatto ricordare che volevo provare a fare una cosa

Sto ascoltando Nuvole senza Messico ripetutamente da diversi giorni. La canzone mi piace, in particolare resto affascinato e colpito ogni volta dal testo. Ogni frase ha un uso delle parole che mi stupisce in continuazione. Mi trovo a rileggere nel testo l’accostamento ardito, forte e provocatorio di alcune immagini. Mi sembra di sentirle sulla pelle. Allo stesso modo il pezzo racchiude una disillusa dolcezza e una disincantata rassegnazione che crea un misto di conforto e comprensione.

Questa sera, all’ennesimo ascolto, mi è tornata in mente una cosa che faceva Antonio Bitti con Pinterest e per la quale lo avevo intervistato. Raccoglieva brani di romanzi e li accostava a immagini che metteva insieme in una board. La cosa che mi aveva affascinato. Era come riuscisse con delle immagini a dare un’iconografia all’intero testo da cui di volta in volta estrapolava le citazioni. Avevo provato a riprodurre questa cosa con una classe, quando lavoravo in una biblioteca scolastica. Il progetto aveva funzionato e mi ero ripromesso di farlo di nuovo, ma non c’è più stata l’occasione.

Quindi ho deciso di provarci io, con questa canzone. È venuta fuori questa cosa qui
(dentro ogni immagine c’è parte del testo della canzone, la trovate tutta qui)

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ne sono capaci

-Dove sei stato? Iniziavo a preoccuparmi.
-Windsor.
-Windsor? A fare cosa? Lassu’ ci sono solo canadesi.
-Sono andato a trovare una persona.
-Sai, ci sono delle persone anche qui, eh. Non se ne sono andati tutti. O almeno, non ancora.
-Sono andato a cercare una donna.
-Oh-oh
-Già. Mi ha colpito.
-Si’. Ne sono capaci.

[Low winter sun, cit., s01e04]

In questa serie è già la seconda volta in quattro episodi che usano Sufjan Stevens come colonna sonora. La citazione, a maggior ragione, è doverosa. Questo è l’ultimo pezzo usato

di nuovo con proust

non so perchè mi è tornata la voglia di riprendere dove avevo lasciato. con tutto quello che è accaduto e il tempo che è passato, quando ci pensavo non ero sicuro che sarei tornato a leggere queste pagine. e invece ieri sera, saltando di libro in libro, di frase in frase, me lo sono trovato tra le mani e ho pensato che fosse il momento giusto per riprendere. ritrovare la recherche e proust esattamente là dove li si era lasciati, esattamente come mi ricordavo che fossero, è stato -come dire- confortante.

Il viso chinato a mezzo, dove la soddisfazione sembrava in lotta con la compunzione, gli si piegava in piccole rughe d’affabilità.

[Proust, Alla ricerca del tempo perduto. Sodoma e Gomorra II, cit., p. 142]

#8marzo: anche se non era la donna più bella del mondo, si comportava come se lo fosse

Probabilmente non era bella nel senso classico del termine, ma era molto carina, e ben più che attraente perchè gli occhi maschili si incollassero su di lei ogni volta che entrava in una stanza. Quello che le mancava in pura bellezza, la bellezza da diva del cinema di certe donne che dive del cinema magari non lo sono, la compensava emanando un’aura di fascino, soprattutto quando era giovane, dai venticinque ai quarant’anni, una misteriosa combinazione di portamento, sicurezza ed eleganza, gli abiti che suggerivano la sensualità della persona al loro interno senza enfatizzarla troppo, il profumo, il trucco, i gioielli, i capelli acconciati con stile, e, soprattutto, l’espressione giocosa dei suoi occhi, a un tempo diretta e riservata, un’aria sicura, e anche se non era la donna più bella del mondo, si comportava come se lo fosse, e una donna che riesce in questo inevitabilmente farà girar la testa, e fu per quello, senz’altro, che le matrone cipigliose della famiglia di tuo padre si misero a disprezzarla nel momento in cui abbandonò l’ovile.

[Diario d’inverno, Paul Auster, cit. pp. 111-112]