Nuvole senza Messico

Il pezzo di Giorgio Canali mi ha fatto ricordare che volevo provare a fare una cosa

Sto ascoltando Nuvole senza Messico ripetutamente da diversi giorni. La canzone mi piace, in particolare resto affascinato e colpito ogni volta dal testo. Ogni frase ha un uso delle parole che mi stupisce in continuazione. Mi trovo a rileggere nel testo l’accostamento ardito, forte e provocatorio di alcune immagini. Mi sembra di sentirle sulla pelle. Allo stesso modo il pezzo racchiude una disillusa dolcezza e una disincantata rassegnazione che crea un misto di conforto e comprensione.

Questa sera, all’ennesimo ascolto, mi è tornata in mente una cosa che faceva Antonio Bitti con Pinterest e per la quale lo avevo intervistato. Raccoglieva brani di romanzi e li accostava a immagini che metteva insieme in una board. La cosa che mi aveva affascinato. Era come riuscisse con delle immagini a dare un’iconografia all’intero testo da cui di volta in volta estrapolava le citazioni. Avevo provato a riprodurre questa cosa con una classe, quando lavoravo in una biblioteca scolastica. Il progetto aveva funzionato e mi ero ripromesso di farlo di nuovo, ma non c’è più stata l’occasione.

Quindi ho deciso di provarci io, con questa canzone. È venuta fuori questa cosa qui
(dentro ogni immagine c’è parte del testo della canzone, la trovate tutta qui)

Silicon Valley: salvare il mondo dal data-geddon

La creazione di dati è in tremenda espansione. Con tutti questi selfie e file inutili che la gente si rifiuta di cancellare dal cloud. Il 92 percento dei dati mondiali è stato creato solamente negli ultimi due anni. Al ritmo attuale, la capacità globale di archiviazione dei dati si esaurirà entro la prossima primavera. Sarà una vera e propria catastrofe.
Carestie di dati, razionamento di dati… mercati neri di dati. Un algoritmo di compressione salverà il mondo dal Data-geddon

[Silicon Valley, s02e01]

L’abilità esoterica di dedurre l’orario da un orologio rotto

L’orologio sul muro, che a Doc ricordava i tempi delle elementari a San Joaquin, segnava un’ora che non poteva essere quella giusta. Aspettò che le lancette si muovessero, ma non si mossero: dal che dedusse che l’orologio era rotto, e che forse lo era da anni. Cosa che non gli creava nessun problema, perchè già da molto tempo Sortilège gli aveva insegnato l’abilità esoterica di dedurre l’orario da un orologio rotto. La prima cosa da fare era accendere uno spinello, un gesto che nel Palazzo di Giustizia poteva sembrare assurdo, ma di certo non in un luogo appartato come quello -chissà, forse anche fuori dalla giurisdizione della Narcotici locale- anche se, solo per tranquillità, si accese anche un sigaro De Nobili riempiendo il bigigattolo di una nuvola precauzionale del classico fumo preferito dalla mafia. Dopo aver respirato un po’ di cannabis alzò lo sguardo verso l’orologio che infatti adesso segnava un’ora differente, sebbene potesse anche dipendere dal fatto che Doc si era dimenticato dove erano posizionate prima le lancette.

Vizio di Forma / Thomas Pynchon, Einaudi, p. 360

ne sono capaci

-Dove sei stato? Iniziavo a preoccuparmi.
-Windsor.
-Windsor? A fare cosa? Lassu’ ci sono solo canadesi.
-Sono andato a trovare una persona.
-Sai, ci sono delle persone anche qui, eh. Non se ne sono andati tutti. O almeno, non ancora.
-Sono andato a cercare una donna.
-Oh-oh
-Già. Mi ha colpito.
-Si’. Ne sono capaci.

[Low winter sun, cit., s01e04]

In questa serie è già la seconda volta in quattro episodi che usano Sufjan Stevens come colonna sonora. La citazione, a maggior ragione, è doverosa. Questo è l’ultimo pezzo usato

va alla grande -shameless (s03e05)-

Volevo solo aggiornarti…in qualsiasi cazzo di posto tu sia. Il tuo bimbo… va alla grande. Tua madre, e il tuo ex-marito… anche loro vanno alla grande. Mio padre, quello che ti sei scopata… va alla grande, e… anche io vado alla grande… se mai te lo fossi chiesto… Orrendo pezzo di merda di cane, ignorante ed egoista. Grazie per essertene andata, e non aver piu’ fatto ritorno. Tutti noi ti dobbiamo un enorme favore del cazzo! Sei la migliore

[Shameless, cit., s03e05]

vlcsnap-2013-08-10-11h34m06s24

un tatuaggio per i miei trent’anni ;

Se da un lato adoro trovare simboli anche dove non ci sono, dall’altro questi stessi simboli spesso mi spaventano quando si ritorcono contro. Compiere trent’anni, quindi, per me ha un significato importante; è un simbolo, un momento di passaggio della mia vita. Sarà perchè i vent’anni sono un’età mitica narrata da tanti, rimpianta da tutti, sarà perchè i trenta senti il dovere di essere adulto e maturo, sarà che ciascuno di noi ha bisogno di scadenze per pianificarsi un po’ la vita; saranno tutte queste cose, resta il fatto che mi accingo a compiere trent’anni e sono in preda a una preoccupante vena di bilanci esistenziali. So che questo post potrebbe diventare il seguito di Jack Frusciante è uscito dal gruppo per banalità di contenuti e dubbio gusto della forma con cui vengono espressi, però due o tre cose sento di doverle dire.

Perchè a vent’ anni è tutto ancora intero, perchè a vent’ anni è tutto chi lo sa,
a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’ età

Non c’è niente di più vero in quelle parole. E’ tutto ancora intero, è tutto chi lo sa. E sì, a vent’anni si è stupidi davvero. La cosa che ci si dimentica sempre, però, è che a vent’anni -come a trenta o a sessanta- le conseguenze delle nostre azioni non guardano, prima, la carta d’identità e l’anno di nascita. Semmai, dopo, hanno la delicatezza di dare una pacca sulla spalla, di partecipato conforto. Quasi a dire: “bella sfiga; sì, insomma, avevi vent’anni -si è stupidi davvero a vent’anni- poteva anche non capitare proprio a te”. A vent’anni è tutto ancora intero: è tutto vero, a vent’anni puoi fare e scombinare come e quanto ti pare e piace, resta tutto ancora intero. Tutto è possibile, a vent’anni, a meno che… A meno che non rompi quello che è intero. Anche a vent’anni quello che è intero si può rompere, e se lo rompi irrimediabilmente, resta irrimediabilmente rotto. Non ci sono vent’anni che tengano. Questo nella stupidità dei vent’anni -e a vent’anni si è stupidi davvero- non lo si capisce mai fino in fondo. O almeno fino a quando non si rompe irrimediabilmente qualcosa.

Io avevo i miei vent’anni, e avevo tutto intero. Avevo un piano di quello che avrei voluto fare. Niente di troppo complesso, o di troppo restrittivo e restringente. Un quadro generale, qualche obiettivo strutturale, due o tre sfizi, cose così. Un piano non è fatto per essere rispettato, semmai il contrario. Un piano segna lo spazio entro cui cambiare piano. Non ho mai portato a casa nulla dei piani che avevo steso all’inizio. Volevo fare filosofia, sono finito a fare la scuola di bibliotecario. Volevo fare il bibliotecario per studiare filosofia sono finito a fare il catalogatore per le biblioteche. Volevo fare il rivoluzionario anarco insurrezionalista, a tempo perso convinto comunista, sono diventato imprenditore. Di una cooperativa, certo, ma sempre impresa, libero mercato, concorrenza, quelle cose lì che, adolescente con il  pugno alzato e i capelli lunghi, contestavo convintamente. Avevo i capelli lunghi, già, ora sono prossimo alla calvizia. Volevo essere io con le mie quattro cose, con il mio cestello di feticci. Quello, però, l’ho portato sempre con me per tutti questi anni, e ci sono dentro proprio le cose che volevo portare: la musica progressive, qualche libro, due o tre argomenti e citazioni ad effetto che con le ragazze funzionano sempre, una manciata di ricordi importanti e di aneddoti divertenti, tre o quattro convinzioni che fungessero da direttrici stabili. Prima fra tutte: fai la parte del tuo dovere. In questi vent’anni, o meglio nel decennio dei vent’anni, ho imparato due cose, fondamentali: essere solo e ascoltare, spesso a mio stesso discapito. Ho imparato a vivere da solo e a vivere solo. Si vive insieme si muori soli, era un’urgenza che non potevo rimandare. Ho imparato ad ascoltare, ma per quanto reputi questa una nobile conquista, mi ha creato una moltitudine di complicazioni e di problemi tali da lasciarmi qualche dubbio pratico sull’opportunità di coltivare una tale prassi.
Ho fatto buona parte delle cose che si fanno a vent’anni, molte me le sono andate a cercare, anche con minuziosa pazienza e attenta, spasmodica precisione. Altre semplicemente mi sono capitate, come è giusto che fosse, perchè così è la vita, e le ho gestite. Alcune, invece, purtroppo, le ho clamorosamente perse, ciccate, saltate. Potrei rammaricarmene ma renderei questo post -già abbastanza lungo- eccessivamente pesante. Le cose che ho fatto le ho volute, cercate, coltivate quasi con perversa costanza, alcune di esse anche con motivazioni sbagliate e perciolose. Posso dire se non di avere vissuto, di avere una certa esperienza su cosa sia vivere un certo tipo di vita, ecco. Non mi sono fatto mancare niente, e quello che mi è mancato era perchè non lo potevo avere. Altra massima che ho sempre avuto presente: non si può avere tutto dalla vita. Ho fatto un sacco di cose belle, coltivato alcune amicizie imprescindibili, mi sono divertito, mi sono andato a cercare le cose che volevo e non ho mai aspettato che altri me le presentassero belle e pronte. Ho fatto una sequenza spropositata di errori e danni.  Se c’è una differenza tra me e altri (non tutti, nessun vittimismo, qui) è questa: gli errori e i danni che ho fatto, purtroppo, li ho sempre pagati. Alcuni di questi li pagherò per sempre.

avevo pochi anni e vent’anni sembran pochi,
poi ti volti a guardarli e non li trovi più.

Eccoci qua, allora, a trent’anni. Qua a pensare a quanto pochi sembrano i vent’anni, a voltarci indietro e a non trovarli più. Ai tuoi piedi -per restare in discografia- pezzi di vetro. I miei vent’anni, quelli che erano tutti interi, ho trascorso il tempo a creparli, e in prossimità dei trenta sono esplosi, frantumandosi. Raccolgo i ciocchi. In qualche modo, tralasciando le cose che ho perso irrimediabilmente (alcune di esse importanti, per non dire vitali), la concomitanza dell’esplosione dei venti e l’inizio dei trenta mi facilita il compito. Il simbolismo, come si diceva all’inizio, mi affascina e stimola. Ho perso la salute, il tabacco, la coscienza di quello che sono stato. Quasi tutto quello che ho vissuto andrebbe rivisto, rivalutato e rigiudicato. Quasi tutto quello che ho vissuto andrebbe rivissuto, in realtà, ma è un privilegio che non mi è concesso. Il resto, invece, lo porto con me. Non è nemmeno un gruzzoletto così piccolo, a dirla tutta. Sono anche ostinatamente orgoglioso delle cose che sono rimaste intatte all’esplosione. Non era così scontato. Sono felice, per questo, di averci ancora a che fare e mi rassicura il fatto di saperle ancora con me.

Facendo, in conclusione, tutti questi ragionamenti ho pensato che in grammatica la punteggiatura prevista per indicare una cesura intermedia abbastanza sostanziale in una proposizione, senza interromperla, è il punto e virgola. In catalogazione, inoltre, la punteggiatura non conclude, ma introduce. Mi è parso, quindi, che potesse essermi utile, come metafora dei miei trent’anni, un punto e virgola per segnare un nuovo inizio, lasciando indietro buona parte del discorso, ma mantenendo qualche elemento significativo. La frase, insomma, continua anche se dopo una pausa rilevante. Ho pensato questo, e ho pensato che sapevo anche cosa avrei voluto ci fosse scritto dopo quel punto e virgola nella proposizione della mia vita. So cosa voglio e aspetto che venga scritto, ma questa è storia per un prossimo post, ci si augura. Ho pensato, infine, che sarebbe stato bello -e soprattutto simbolico– farsi un tatuaggio per i trent’anni e che il tatuaggio, a questo punto, non poteva che essere un punto e virgola, sul polso destro, questo:

2013-05-12 18.17.00 2013-05-12 18.20.57 DSCN0610

 

 

 

 

 

 

 

 

 

da ultimo, l’ho scritto anche su twitter, lo ripeto qui: ognuno dovrebbe avere un posto sicuro e al sicuro nel quale rifugiarsi. il mio è il giardino del mago