report, privacy, social network

La domenica sera frequentemente guardo Report. E lo faccio nonostante mi arrabbi ogni volta, per le indecenze che il programma denuncia. Ma tant’é, il giorno dopo è lunedì, quindi è anche giusto che mi arrabbi, magari un po’ prima. L’ultima puntata ha suscitato numerose polemiche, due repliche, ulteriori polemiche e riflessioni. Per quanto mi riguarda questo è già un fatto positivo, di per sé. La puntata di Report riguardava l’accesso alle informazioni personali e private degli utenti da parte delle aziende con particolare attenzione a Google e Facebook.  Io non sono un tecnico, quindi non so dire se ci fossero inesattezze nel servizio. Sono però una persona che i social network un po’ li conosce, li usa assai spesso, e prova a riflettere anche su cosa questo voglia dire, in termini generali. Il giro d’affari che ruota intorno all’accesso di dati sensibili è enorme, e inevitabilmente pone un problema di privacy. Prima di affrontare questo argomento, però, forse è necessario fare un passo indietro, e vedere in quale contesto poniamo la questione. E il contesto è quello dei social network e più in generale del web2.0. Per farla molto breve io ritengo che il web2.0 sia il ribaltamento del ruolo dell’utente che naviga in internet: da oggetto a soggetto. La dimostrazione va dall’aggiungere un semplice stato in Facebook, a compilare una voce in Wikipedia, a fare una rivoluzione con Twitter in Tunisia. Questo passaggio ancora non è stato compreso fino in fondo, ed è un salto qualitativo enorme. Quanta influenza, con gli strumenti dati, può avere in tutti i campi, una massa di utenti (elettori, consumatori, cittadini) come quella che naviga in internet? La forza dirompente di questa rivoluzione la stiamo già vedendo ora, ma facciamo ancora finta di niente, quasi tutti. Certo, grandi masse vuol dire grandi numeri, e quindi miliardi di potenziali acquirenti e consumatori. Per le aziende l’opportunità di guadagni enormi è sconfinata, e per raggiungere questi margini bisogna in tutti i modi intercettare i target degli acquirenti prefissi. Per farlo bisogna raccogliere informazioni che riguardano i possibili clienti. Ma, attenzione, davvero non capite la differenza? Io sono un fan del progressive. Se io, in Facebook, continuo a cliccare Mi piace su pagine riguardanti gruppi prog, e se come me altre migliaia di italiani fanno lo stesso, secondo voi, quanto è probabile che le case discografiche ristampino gli album di quegli stessi gruppi per i quali ho cliccato Mi piace, o che produttori e organizzatori di eventi organizzino qualche concerto con quei dinosauri musicali? Quel semplice click può significare orientare il mercato e definire quali sono i prodotti di cui il cliente ha davvero bisogno o desiderio. Vuol dire crearsi il proprio profilo di consumatore. Provate ad accendere Canale 5 e vedete cosa riuscite ad ottenere. Certo, in qualche modo anche la televisione ha seguito questo processo, ma è un processo che è degenerato, ora l’unica scelta che si ha è quella di spegnerla, la televisione. Forse dovremmo davvero iniziare a riflettere sulle potenzialità di tutto questo, e non solo preoccuparci di condividere musica, aumentare gli amici, postare sciocchezze. Essere soggetti ha delle responsabilità che, se anche non vogliamo, dobbiamo prenderci.

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