la giuria

Entrai in un cortile isolato, senza prato, ricoperto da un manto di sassi. Vasi con le più svariate specie di fiori decoravano il perimetro. Un cancello in ferro battuto, alto e gotico, sanciva l’entrata. Sul lato opposto a quello del cancello d’entrata campeggiavano due palme altissime, i cui tronchi erano piegati, dal peso del loro stesso legno, che spintosi troppo in alto, faticavano a sorreggere. Tra le due piante dominava la scena il trono del sommo giudice imparziale e superficiale. Con la sua toga barocca incuteva il timore dell’autorità costituita. Con la sua corporatura eccessiva manifestava il benessere del potere. Con le sue guance distese sanciva la serenità della giustizia, autoritaria e inoppugnabile. Era il giudice capo, il garante delle leggi, la sentinella della legalità, nei modi e nei termini che gli erano stati conferiti. Era un ausiliare del traffico, grasso della sua corporatura, flaccido nella sua capacità cognitiva. Alla sua sinistra, stesa in posa da servizio fotografico, sdraiata su uno sdraio da bagnasciuga, morbida e provocante, si riposava seducente Ruby, con grandi occhiali da sole che le coprivano il volto, rossetto accecante, trucco inappropriato, orecchini vistosi, costume minimale. A vegliare su di lei due sottosegretari della Presidenza del Consiglio, servi del vizio e del desiderio, figli dell’invidia, succubi di un denaro che non maneggiavano e schiavi di un maschilismo che sfuggeva loro come acqua tra le dita. Distratto, in disparte, verso il cancello, siedeva gambe incrociate il rock, nella giacca colorata e smunta, negli stivali spuntati e impolverati, nei pantaloni attilati di Keith Richards. Nessuna smorfia sul volto rugoso, una sigaretta tra le labbra che si consumava piano piano, anelli alle dita callose, bracciali eccessivi per misura e gusto, occhi spenti. Alla destra del giudice, invece, la trilogia letteraria: Perec, Queneau, Calvino, tutti e tre muniti di un piccolo block notes da giornalista anni ’70, con i fogli gialli di tabacco e inchieste vissute sul campo, prendevano appunti sconsolati. Al loro fianco Vicky la VJ, con un tubino nero stretto dalle spalle alle ginocchia, un tacco rosso troppo alto, e gambe appena percebili, si atteggiava da giovane di un tempo ormai passato, con un senso dell’umorismo eccesivamente coinvolgente, un tono di voce decisamente alto e fastidioso e una frangetta tanto maliziosa quanto superata. Avvicinandosi al cancello, esattamente di fronte a Keith Richards che accendeva l’ennesima sigaretta con il mozzicone di quella che era pronto a lanciare nella molla del suo indice puntellato sul pollice, sedeva privato delle sue potenzialità il lavoro, nella persona, poco raccomandabile, del padrone d’azienda. Poggiava le braccia su una pancia tesa e tonda, disegnata dalla penna di un benessere ormai perduto, il volto più largo che lungo ricordava nei tratti quello di un maiale, e pure l’atteggiamento si sarebbe detto del porco, per come la sua attenzione fosse tutta dedicata, e con sguardo malsano, alla bella Ruby, sdraiata sul lato opposto. Arrivai, mesto come un detenuto di Guantanamo, sconfortato come un condannato a morte, amareggiato come un pentito colpevole. Ignaro del reato per il quale venivo accusato, a capo chino, mi presentai di fronte alla giuria, in attesa del verdetto, con l’unica speranza che potesse giungere in tempi brevi, e sancire la pena che mi spettasse al più presto, onde evitare l’onta di una simile umiliazione. Mi inginocchiai sul ciottolato sconnesso, le ginocchia mi dolsero e a stento trattenni le lacrime. Quale la tua colpa mi vienne chiesto. Domanda alla quale non sapevo dare risposta, se non con una evasiva ed evangelica perifrasi. Questa è la parabola del merlo indiano, iniziai, di quel merlo indiano che chiede sempre: caffé! E’ la parabola del merlo indiano e del suo bizzarro addestratore. L’aneddoto non riscosse il successo che speravo di ottenere, fui quindi interrotto e non riuscii a guadagnare quel tempo sufficiente per riflettere sulla domanda successiva che sapevo mi sarebbe stata posta: Quale è il tuo ultimo desiderio?. Dopo una serie spropositata di imprechi e offese, il giudice, inevitabilmente, mi chiese: Quale è il tuo ultimo desiderio?.  Con occhi sgranati e inespressivi osservai ogni componente della giuria che fino a quel momento era rimasto immobile e muto. Cercai di impietosire almeno uno di loro, affinchè sostenesse la mia parte. Non vi riuscii con Ruby che con quegli occhiali scuri non mi vedeva nemmeno. Fallii anche con Keith Richards che non reagì, annebbiato da chi sa quale droga o sbronza dalla sera precedente. La trilogia letteraria, china e severa, continuava a scrivere sui block notes. Vicky la VJ era maggiormente attenta agli abiti decisamente fuori moda che indossavo piuttosto che alla disperazione del mio sguardo che supplicava misericordia. Il padrone d’azienda, con perversione, di altro non si preoccupava che delle tette di Ruby. Nei sottosegratari, nel loro abito anonimo, non avevo fatto alcun affidamento. Lasciatemi la parola, mi venne da dire, ed è quello che feci, non pienamente consapevole di cosa volessi intendere, in realtà. Non ottenni nessuna reazione, l’ausiliare del traffico, giudice supremo, prese nota nel blocchetto delle contravvenzioni. Su quello stesso blocchetto stava scrivendo la mia condanna con relativa sentenza, in doppia copia. Fui condannato senza processo a scontare la pena che non conoscevo in una stanza piena di libri. Ogni parete era ricoperta di scaffali, sui palchetti infinite serie di monografie, anche in doppia fila. Una lampada da comodino, poggiata nel centro della stanza, era l’unica fonte di luce. La alzai per guardare meglio i dorsi e scoprire con quali opere fossi stato condannato a convivere. Sugli scaffali, senza sosta, si appoggiavano le une alle altre le opere complete, in tutte le loro diverse edizioni, di Giampaolo Pansa, Bruno Vespa, Sveva Casati Modignani. Ripensai alla trilogia letteraria che presenziò al mio processo e a questa che mi si presentava come condanna. Imprecai contro il cattivo gusto delle élite culturali, per la loro saccenza, strafottenza, tracotanza. Scoprii anche che oltre ai tre autori avevo la disponibilità di leggere tutta la bibliografia su Papa Giovanni Paolo II. Fui costretto a sedermi sul pavimento, perchè mi tremavano le ginocchia e il battito cardiaco era alterato. Trascorsero interminabili le ore, fino a quando, ripetendo senza motivo il desiderio che avevo espresso di lasciarmi la parola, iniziai a prendere i libri dagli scaffali. Strappai una ad una tutte le pagine. Minuziosamente decisi anche di strappare tutte le parole stampate sui fogli e di ordinarle in ordine alfabetico. Costruii il vocabolario della mia detenzione, della mia condanna, della mia pena. Le usai, quelle parole, per espiare la mia colpa. Iniziai a ricostruire le pagine dei romanzi che avevo amato, delle poesie che avevo dimenticato, ricomposi i nomi delle donne che avevo amato e descrissi i torti che avevo perpetrato. Nulla tralasciai e di tutto parlai. Soltanto la prima parola decisi di pescarla nella montagna dei fogli sminuzzati che avevo preparato. Il biglietto che scelsi, le parola che vi lessi stampata era: merlo indiano.

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