quando uno scrittore sa scrivere e scrive

Ora bisogna sapere che con l’orchesca persona di mio padre io intrattenevo un insoluto rapporto materiato di paralizzanti terrori e di paralitici grumi di immenso affetto inespresso, di antagonismo feroce e pertanto di abominoso commercio con la colpa; e che pensare a lui significava provare un disperato bisogno di chiarimento e sprofondare ancor più nell’oscura fossa delle cose ambigue: significava abbandonarsi per pochi istanti al sogno di un’eloquenza che avrebbe finalmente compensato anni di penosa reticenza, e nuovamente sapersi condannato al silenzio.

[Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, cit., pp. 78-79]

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One thought on “quando uno scrittore sa scrivere e scrive

  1. Contemplò a lungo la vuotezza di quei vasi, illuminandone in successione l’interno, e si chiese dove fossero in quel preciso momento i palloni destinati a riempirla, in quale magazzino o vetrina, e quando sarebbero piovuti come frutti maturi dal muro, in quale data, un sedici ottobre o un venti marzo chissà. Per ora si giocava con le palle di stracci ma un giorno si sarebbe tornati alla norma, era inevitabile, e allora il signor Kurz sarebbe stato di nuovo contento. Chissà cosa pensava di quella temporanea cessazion di palloni, forse dal rumore più sordo dei colpi aveva capito la verità, e aspettava la sua ora, come faceva dal 1933… Bragonzi tornò all’inizio della serra, davanti a quel primo pallone: guardandolo, e pensando che coloro che ci giocarono dovevano avere ormai superato l’età di suo padre, considerò che i palloni con cui un individuo gioca in sua vita si perdon per mille strade, finiscon nei fiumi e sui tetti, lacerati dai denti dei cani o bolliti dal sole, si sgonfiano come prugne appassite o esplodono sulle picche dei cancelli, o semplicemente scompaiono, credevi d’averli e li cerchi dovunque, ma non ci son più, chi sa da quanto li hai persi o te li han ciulati nel parco; considerò che in questi modi si eran sicuramente dissolti tutti i palloni toccati da quei bambini, se avesse chiesto, avendoli tutti al proprio cospetto, “Dove sono tutti i vostri palloni?”, quelli si sarebbero stretti nelle spalle, incapaci di render ragione anche del destino d’un solo. Soltanto quel pallone era stato sottratto alla distruzione, solo quel pallone, dall’8 maggio 1933, continuava a rimanere un pallone. Oh sapeva bene come si eran svolte le cose, quante volte aveva vissuto la stessa scena! S’impennò, e ancor prima che travalicasse il muro tutti pensarono: “E’ perso; addio, pallone”, e invece no, solo in quel momento si salvava. E molti anni dopo, quando tutti quei bambini sarebbero scesi nelle loro tombe, quel pallone sarebbe stato più vivo di loro, e sarebbe stato la memoria delle partite di un tempo.
    Michele Mari, da “I palloni del signor Kurz” in “Euridice aveva un cane” p 22-23

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