decade malefica

Sono entrato nel terzo millennio con capelli lunghi, cuore pesante, abiti inappropriati. Ci sono entrato salendo in montagna, senza metafora, per festeggiare il capodanno. E per quel poco che ricordo, avevo tanto tabacco, come non è mai mancato fino ad ora, una gran sete d’amore e di vino, e pochissima attenzione a quel che sarebbe stato. Sono entrato nel terzo millennio ed ero uno studente irrequieto, nel punto più basso della sua adolescenza tormentata. Si può ancora trovare qualche rimpianto nelle pieghe di ciò che sono diventato grazie e a causa di quell’adolescenza. Ma in fondo poco male, perché con i chissà non si va molto lontano. Il mondo non era ancora cambiato, e stava per farlo repentinamente con bigG che diventava sempre più grande e guerre al terrorismo che si diffondevano come macerie di torri crollate; la mia colonna sonora, intanto, era progressive, senza eccezzioni, e il Banco del mutuo soccorso come sacro feticcio. Erano i primi anni durante i quali, toccato il fondo, imparavo il piacere di studiare, grazie soprattutto alle tragedie greche, e a qualche amica. Il diploma è stato forse il primo vero traguardo della mia vita. E la patente, ottenuta con leggero ritardo, e i viaggi in macchina, e gli amici nuovi e profondi, e il vino come collante di serate infinite e pensieri leggeri, tutti erano i colori con i quali tratteggiavo le mie stagioni, senza riflettere granché. Una scuola professionale, che sembrava quasi fasulla, per bibliotecari, dettava i ritmi blandi delle mie giornate, concedendo loro uno scopo, sebbene -per quanto mi divertissi e mi piacesse- non fossi sicuro che era quello che volevo. Poi il colpo di fulmine delle tecniche catalografiche: un linguaggio nuovo, una professione sconosciuta, un bel lavoro. Già, il lavoro. Dopo pochi mesi, finita la scuola, a tempo pieno. Chi sei tu? Un catalogatore! Che cosa? Ci vorrebbe una foto per ogni espressione di chi mi ha chiesto che lavoro facessi. Lavoro per le biblioteche, rispondo, quando non ho voglia di spiegare. Il lavoro significa anche e soprattutto uno stipendio. Stipendio regolare e, per gli anni che avevo e la vita che facevo, se non consistente, sufficiente a far sì che sperperassi le mie quattro monete di felicità in futili capricci. E sembrava quasi di diventare grande, che tutta quella scioltezza di movimenti e morbidezza di pensieri iniziava a starmi stretta. Anche per questo, forse, ma non solo, trovai l’amore. E lo persi dopo circa un anno. Poiché non è una confessione questa, non dirò altro, ma il valore di quanto lei mi ha dato, e quanto rimanga anche oggi di quell’anno e dei successivi in cui è stata presente, è quasi inestimabile. Intanto gli amici si erano persi e banalmente, come si dice, erano rimasti quelli veri. Per ciascuno potrei dire tanto, ma poco interessa qui, se non per una persona a cui una cosa voglio dire, come tante volte ho già detto: da sempre e per sempre. Aumentavano gli anni, cambiavano le preoccupazioni e di conseguenza i desideri. Quindi, alla corposità del vino, scelsi la morbida schiuma della birra, esplorando -perché mi sentivo grande- i superalcolici e, avendo ammorbidito le mie radicali convinzioni, approffittavo del piacere degli aperitivi. Di tutti quei soldi, non molti in realtà ma all’epoca la prospettiva era diversa, che prendevano la polvere sul conto corrente, decisi di farne un uso abbastanza costruttivo: cercai casa, mi trasferii e andai a vivere per conto mio in un piccolo bilocale, da cui anche adesso scrivo. La mia incapacità per l’economia domestica è cronica. Di tante cose che ho imparato altrettante le ho lasciate perdere perché mi intimorivano o perché non ho mai trovato il modo per realizzarle. Cucino con quel che ho, pulisco quando posso e soprattutto quando ho voglia, a stento cerco l’ordine. Ma tanto vale, e vale veramente tanto, avere un tetto proprio sotto la testa, sotto il quale trovarsi solo con se stesso. Sul lavoro ero giovane e con tanto da dimostrare, ma la catalogazione mi piace, e quante riflessioni sulla teoria!: la definizione di opera, la problematica dell’edizione, l’indicizzazione semantica. Ho letto e imparato e il mio lavoro, ora, posso dire di conoscerlo e saperlo fare. Mi è capitato pure di insegnarlo e mi è piaciuto molto, spero di averlo fatto con profitto, per chi mi ha ascoltato. Il mondo girava senza curarsi di me catalogatore, sempre uguale (la destra al governo) e tutto diverso (peer to peer, facebook, wikipedia, iPod, iLaqualunque). E mi andava bene così, che nessuno mi contasse, perché io mi accomodavo tranquillo nel mio cantuccio cheto. Saranno state le troppe sigarette che ininterrottamente ho continuato a fumare a rendere l’aria viziata (ed è la ragione meno plausibile ma anche meno problematica che ho trovato così su due piedi), resta il fatto che ho cambiato. Ho cambiato un po’ per mia volontà, un po’ trascinato dagli eventi. E così senza quasi che me ne accorgessi nel giro di quattro mesi mi sono ritrovato presidente della cooperativa per la quale lavoro. Carica che tanto mi sta dando in termini di crescita professionale e umana e altrettante preoccupazioni mi sta causando, dermatite inclusa. Un viaggio indimenticabile in Brasile mi ha mostrato il paradiso a cui sarebbe bello poter tendere, in un futuro prossimo o remoto. Le cose brutte che ci sono state e alcune delle quali ancora permangono le lasciamo stare, per questa volta. Da quel lontano capodanno, nello specifico, una donna, il tabacco, il Banco del mutuo soccorso sono rimasti; i capelli, invece, gradualmente li ho persi quasi tutti.

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