sciopero della fame e della sete

Io ci provo -grazie a questo post– a leggere i termini della questione e le diverse opinioni che ne sono scaturite. Ma poi penso che il problema è a monte, e non è più sostenibile. Prima di arrivare alla vetta del problema, c’è un passaggio intermedio. E riguarda la protesta: per essere ascoltati, oggi, non basta protestare, occorre trovare modi sempre più eclatanti per attirare l’attenzione. Ripetere anche una sola volta la stessa forma di protesta risulta fallimentare. Detto questo, di per sé già drammatico, il problema a monte si sta affollando. Più che una vetta, quel monte in cima vede un altopiano sconfinato. Fino a ieri erano i ragazzi sulla gru, immigrati e clandistini. Da sabato è Paola Caruso, giornalista precaria del Corriere della Sera, che ha iniziato uno sciopero della fame e della sete. Non voglio entrare nella discussione se ha torto o ha ragione la giornalista a chiedere quello che chiede, e a intraprendere la protesta in queste forme estreme. Quello che mi tormenta e sconforta è che sempre più persone, e categorie sempre diverse e ampie di persone, sono costrette ad arrivare a forme di protesta inverosimili nella loro drammaticità tanto sono disperati. E la posta in gioco è alla base della nostra società: la cittadinanza (per i ragazzi sulla gru di Brescia) e il lavoro (per Paola Caruso). Di nuovo, al di là dei singoli casi, riteniamo davvero si possa far finta di niente di fronte a questi problemi. Quanto a lungo, vigliacchi, faremo finta di nulla?

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