italia serbia, non è stata una partita, era una guerra dimenticata

La partita Italia Serbia non si gioca. Nello stadio l’intento della delegazione serba nel settore ad essa adibito ha fatto di tutto, e con profitto, per non fare giocare la partita. Con lacrimogeni, soprattutto, ma anche creando un clima tesissimo tale da portare le forze dell’ordine italiane a minacciare l’entrata dei manganelli nel settore dello stadio. Ma l’intento vero non era nemmeno quello di annullare la partita. Non vi era nullo di sportivo nella loro azione violenta. Era una spaventosa dimostrazione di violenza e rabbia politica, nazionalista, integralista già manifestatasi in patria durante il gay pride. Hanno bruciato la bandiera albanese, hanno rivendicato la proprietà del territorio kosovaro. Sono questioni vecchie di oltre un decennio, che tanti drammi hanno causato e tante vite hanno spezzato. E’ la dimostrazione di un zona dell’Europa che forse ancora pacificata fino in fondo non è. E’ l’ennesima prova di quali conseguenze abbia una guerra, e in particolare una guerra folle, atroce e sanguinosa come quella che si è svolta nell’ex-jugoslavia negli anni ’90. Nel caso specifico della partita annullata c’è anche purtroppo da sottolineare la sconfinata incompetenza con la quale i giornalisti RAI hanno commentato gli accadimenti. Non sto giustificando i serbi, ma non rendersi conto del significato delle loro azioni, per quanto inspiegabili, è abbastanza sconcertante: si stupivano del fatto che i “tifosi” rischiavano di far perdere la partita a tavolino della loro nazionale, dopo che gli stessi “tifosi” avevano aggredito la squadra mentre saliva sul pulmann che li avrebbe portati allo stadio. I giornalisti RAI hanno frainteso il gesto dei giocatori serbi che, forse costretti e in un estremo tentativo di calmare gli animi, si sono recati, sicuramente controvoglia come emerso dalle parole di Stankovic, sotto la curva applaudendo e mostrando con le dita il 3. I giornalisti RAI hanno detto che andavano ad applaudire ironicamente e minacciando, con quel gesto della mano, che avrebbero perso 3 a 0 a tavolino. Inutile la correzione avvenuta poi. Stankovic è uscito dal campo piangendo, e Stankovic è uno che è scappato mentre gli bombardavano i famigliari, è uno che considerava Milosevic il suo presidente. Non so quello che sta provando in questo momento. Quello che mi ha colpito non è la violenza degli stadi, non è un gruppo di facinorosi, deficienti, violenti che rovinano il calcio (come sicuramente si dirà con la solita prosa moralista). Quello che mi ha colpito è una rabbia che ancora cova e fomenta negli animi di quelle persone. Perchè quella guerra non è così lontana nel passato, ma nella nostra memoria è già dimenticata. E i motivi per i quali quella guerra è scoppiata sono ancora vivi in taluni. E fa paura, come fanno paura i segni che lascia una guerra, quale che sia.

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