la meticolosa adorazione dell’oggetto #2

C’è sempre stata una cosa che ha rapito le mie attenzioni e mi ha sempre dato la sensazione di essere una cosa imponente, ponderata, maestosa: la trilogia. Il concetto di trilogia è affascinante per la sua abituale composizione. Tre opere collegate da una forte connessione stilistica e tematica, un unicum tripartito: padre, figlio e spirito santo. Quando incontro una trilogia sono sempre portato a considerarla qualitativamente superiore rispetto ad altre opere, come se avesse un quid in più in termini di potenza, importanza, epicità. La trilogia si staglia nel mio immaginario come una gemma più luminosa delle altre. L’autonomia ridotta, a livelli diversi, che custodisce ciascuna parte, e allo stesso tempo la dipendenza dalle altre due, crea un equilibrio talmente precario eppure forte, un’armonia così preziosa e unica che ho sempre visto con simpatia qualsiasi cosa fosse definita, anche impropriamente, trilogia. Altro elemento che ho sempre vissuto con estrema curiosità è la seconda parte di una qualsiasi trilogia. Spesso è la meno indipendente delle altre. La prima parte, infatti, vive della sorpresa e della novità dei personaggi che vengono introdotti, piuttosto che dei paesaggi, o della trama. La terza parte gioca sull’attesa e corre verso il grande finale con la risoluzione dei conflitti. La seconda, invece, quel termine medio sospeso a metà, l’anello di congiunzione, è spesso il passo più difficile dei tre, quello che vive dell’inerzia del primo, e deve adeguadamente preparare al terzo. Spesso si conclude incompiuta; ed è nella sua incompiutezza il fascino precario. In equilibrio ancor più precario delle altre parti. Per trovare la prima trilogia, guarda caso, bisogna tornare all’antica Grecia con, guarda caso, le tragedie (vera pietra miliare della nostra civiltà). L’unica trilogia -sebbene fosse usanza- a noi pervenuta è quella dell’Oreseta di Eschilo (Agamennone, Coefore, Eumenidi), dove, per farla breve, si celebra il primo processo dell’umanità, dove le leggi umane sovrastano quelle naturali, e dove si sancise la patriarcalità della società, tanto per snocciolare una trilogia tematica. Una delle trilogie, che trilogia non è, più famosa, se non la più famosa, è Il signore degli anelli, pensato in realtà come un’opera unica e poi suddiviso per esigenze editoriali. Ma per fare un esempio pertinente in ambito letterario, e come ultimo dopo i primi due di cui sopra, ecco la Trilogia della città di K di Agota Kristof, atipica in termini di dimensioni delle opere, eppure così perfettamente “trilogia”, per temi trattati e stile usato. In ambito cinematografico sicuramente la trilogia più celebre è quella di Star wars, a cui hanno aggiunto una seconda trilogia che è anche un prequel. In guerre stellari, così come ne Il signore degli anelli, appare evidente la debolezza e -proprio grazie a questa debolezza- la bellezza delle seconde parti: sia L’impero colpisce ancora sia Le due torri sono già iniziate e non si concludono, restano estremamente sospese, quasi troppo pericolanti, incomplete, tanto che talvolta si resta delusi da tali mancanze. Una tensione drammatica quasi insostenibile e per questo affascinante e seducente. In ambito musicale (pop-rock escludendo la classica di cui sono un totale incompetente) la trilogia più famosa è propabilmente la trilogia berlinese di David Bowie (Low, Heroes, Lodger). Per concludere un salto, viene da dire, nello sport. La disciplina più “trilogia” che esita -di cui già mi è capitato di parlare-: il salto triplo, nella sua armonia sincopata, hop step & jump. Infine -e con questo è davvero tutto- la mia personale trilogia che mi accompagna da più di un decennio, ormai, è questa: tabacco (rigorosamente Old Holborn), cartine (Rizla+ corte azzurre), accendino (a scelta, nero o viola, quando capita).

p.s.: Trilogia della città di K è sempre pubblicata in Italia da Einaudi in un unico volume, sebbene le opere siano tre, originariamente pubblicate con titoli propri, senza menzione alle trilogia.

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2 thoughts on “la meticolosa adorazione dell’oggetto #2

  1. “Uno sei tu che non sei due, uno è quel tuo affarino lì, una è la mia affarina qui e uni sono il naso e il cuore e quindi vedi quante cose importanti sono uno. E due sono gli occhi, le narici, i miei seni e le tue palle, le gambe, le braccia e le natiche. Tre è più magico di tutti perché il nostro corpo non lo conosce, non abbiamo nulla che siano tre cose, e dovrebbe essere un numero misteriosissimo che attribuiamo a Dio, in qualunque posto viviamo. Ma se ci pensi, io ho una sola cosina e tu hai un solo cosino – sta’ zitto e non fare dello spirito – e se mettiamo questi due cosini insieme viene fuori un nuovo cosino e diventiamo tre. Ma allora ci vuole un professore universitario per scoprire che tutti i popoli hanno strutture ternarie, trinità e cose del genere? Ma le religioni non le facevano mica con il computer, era tutta gente per bene, che scopava come si deve,e tutte le strutture trinitarie non sono un mistero, sono il racconto di quel che fai tu, di quel che facevano loro.”
    U.Eco, Il pendolo di Focault, 1988.

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