Brasile. Pt. 6, Mangue Seco

Da Sitio do Conde a Mangue Seco sono stati usati nell’ordine: pulmann, taxi improvvisato, traghetto. Il taxi improvvisato era guidato da un ragazzone che, dalla fermata dell’autobus -la Linha verde già usata per arrivare a  Sitio- a Indiaroba, ci ha condotti, attraverso una strada sterrata di terra rossa come il fuoco, a Pontal da un suo amico marinaio, il quale ci ha imbarcato sulla sua barchetta di legno pitturata -ormai troppo tempo fa- di celeste come i pastelli delle scuole elementari: lunga stretta e bassa. Abbiamo attraversato il fiume -Rio Real- per arrivare finalmente a Mangue Seco dove ci ha accolto un omino talmente piccolo che anche i locali lo chiamano Il nano, il quale ci ha offerto la sua pousada con tanto di amaca.

Mangue Seco non è un luogo, è un’eccezione. Esiste perché ognuno dovrebbe avere la fortuna e il privilegio di vedere almeno una volta nella vita un luogo simile, se non questo: qualche dozzina di case, una piazza, poche vie. Vie di sabbia, di spiaggia; un villaggio costruito sulla spiaggia che si affaccia sulla riva del fiume. La foce del fiume, poi dall’altra parte della penisola: l’oceano. Par arrivarci occorre scavalcare una distesa di dune di sabbia bianchissima coronate ai lati e talvolta sulla cima da oasi di palme. Al di là una spianata ampia e morbida di spiaggia si stende letteralmente a perdita d’occhio in entrambe le direzioni. Impreparati a tanta bellezza. La sera a Mangue Seco significa camminare scalzi per le vie, con la sabbia umida sotto i piedi, sapendo di avere la fortuna di essere in un luogo fuori dal tempo che forse non esiste veramente se non nei nostri sogni.

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