Underworld / Don DeLillo

Si parla di letteratura postmoderna, di maestro della letteratura postmoderna, e in pochissimi sanno cosa sia questa letteratura, postmoderna. Forse nemmeno chi la scrive, la letteratura postmoderna, sa cosa significhi. Eppure al di là delle etichette, tra le mani ci troviamo un libro voluminoso e pesante. Un mattone, nel gergo: Underworld di Don DeLillo. L’America vive di contraddizioni, e l’amore che nutrono in moltissimi per gli U.S.A. è contraddittorio. L’America non ha passato. Per questo, ed è uno dei suoi massimi pregi, ha costruito in brevissimo tempo la sua mitologia. L’elemento mitologico e strutturale dell’America è uno, ed uno soltanto: il baseball. Un romanzo postmoderno non può che partire da qui, dai recessi più profondi di una nazione, dalla fonte dell’identità di un popolo: il baseball, appunto. Una partita, nemmeno la più importante del campionato, una finale di conference (l’equivalente, con le dovute proporzioni, di una nostra semifinale) immersa nei lontani anni Cinquanta. Un fuoricampo a sancire la vittoria in rimonta. Una pallina, la pallina del fuoricampo che diventa feticcio –come molti inutili oggetti nel nostro mondo sono diventate reliquie- e corre, nascosta tra le pagine del libro, lungo la storia dei decenni successivi. Il romanzo segue la vita di diversi personaggi, alcuni principali, altri secondari, tutti importanti. Letteratura postmoderna, si dirà. L’arte, la tecnologia dei rifiuti, lo spionaggio, la malattia, la droga, gli scacchi, la tecnologia, la paura atomica, la città downtown, la città sopra i tetti, le feste mondane, le periferie, l’amore, il sesso, la guerra. Tutto fa brodo direbbero i critici. Tutto crea atmosfera, dico io. Letteratura postmoderna, affermerebbero i saccenti, forse. Non esiste un protagonista o una storia. Il solista è l’atmosfera che si respira, all’inizio appena percettibile, poi a pieni polmoni. Non è un saggio (sic! romanzo) storico sull’America dagli anni Cinquanta ai Novanta. E’ l’America. Con le sue contraddizioni e le sue peculiarità. E’ l’America vista con la lucidità del genio (o del postmoderna). La paura atomica, nei giorni della crisi missilistica a Cuba, raccontata da un cabarettista cinico e perverso; la crisi dell’arte, la diffusione della televisione, il moltiplicarsi dei rifiuti, tutto passa sotto la lente lucida, critica, ironica di DeLillo. Tutto pare mitologia, come il baseball. Una scrittura chiara (a differenza di Pynchon, labirintico, per restare nel postmoderno) e avvolgente. Una scrittura mitologica, per raccontare un mito. Non è l’America spettacolare e spavalda che gli americani sanno vendere e imporre. Non è uno spot pubblicitario. E’ l’America mitologica, con le sue luci e le sue ombre. E’ letteratura postmoderna.

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