Brasile. Pt. 1, Milano-Lisboa-Salvador

01/03

In ogni diario di viaggio c’è sempre una data e un punto di partenza.  Il nostro è in piena notte,  in un aeroporto vuoto. Un aeroporto vuoto -e poco dopo chiuso- è un edificio straniante per grandezza e solitudine. Passeggeri in attesa si aggirano circospetti senza meta tra negozi chiusi e transenne predisposte ad ordinare le file di viaggiatori all’imbarco. Nel silenzio di quegli spazi vuoti il pianto della solita bambina capricciosa, accudita amorevolmente dalla mamma troppo giovane e dalla nonna svogliata. E’ impossibile dormire in un aeroporto vuoto e chiuso. Malefici designer hanno progettato le sale d’attesa e le sedie con il solito intento di impedire il riposo e di lasciare nel fisico dei passeggeri i postumi scomodi dell’attesa. File di sedie con braccioli impediscono di sdraiarsi se non con una posizione da equilibristi: faccia allo schienale, di fianco, sul bordo della sedia, il ventre contro un bracciolo che si conficca nel diaframma rendendo difficoltosa la respirazione e il sonno. Dopo ore e una notte inssone ecco arrivare l’imbarco. Nulla di diverso da tutti gli altri. Da annotare al decollo il panorama stupefacente della pianura padana all’alba:  sullo sfondo le vette alpine innevate di un candore lucente, la pianura per metà inondata da una nebbia compatta che, vista dall’alto, pare densa e spessa, e dalla quale spuntavano i campanili come marmotte in sentinella.

Tra un volo (Milano-Lisboa) e l’altro (Lisboa-Salvador) una giornata per le salite e le piazze della capitale portoghese. Come pessimi turisti una coca-cola a fianco della statua di Fernando Pessoa e varie passeggiate arrampicando i colli e seguendo l’armonia dei vicoli. Resta un’impressione vaga e un poco spiacevole di una città incompiuta se non già perduta. Al fasto e all’eleganza che potrebbero caratterizzare Lisbona si impone invece un senso di triste decandenza e colpevole incuria che ne mina le potenzialità. Mosaici malridotti e derelitti come i marciapiedi, traffico caotico in ogni vicolo, edifici pericolanti sono il ritratto di una città che potrebbe essere tante cose e si limita invece ad essere il meno possibile. Resta a sua totale discolpa la mia presenza come suo ospite per poche ore sulla base delle quali il mio giudizio non può che essere provvisorio e prematuro.

Del viaggio intercontinentale resta la maestosa forza e potenza che trasmette l’aereo al decollo.

Di Salvador, per ora, solo il caldo afoso tropicale e l’odore, a quanto mi si dice inconfondibile, di Brasile.

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