Trilogia della fortezza. 1, La fortezza

Nella mano fredda stringevo la moneta che il mago Kolhandris IV aveva posato sul mio palmo con un sorriso benigno. Era convinto fossi il prescelto, colui il quale, secondo la profezia, sarebbe riuscito nell’impresa che molti avevano fallito, ritirandosi e dove tutti erano periti, proseguendo impavidi. Avevo fiducia nel mago ma non sufficiente per affrontare la sfida con superbia.

Mi trovavo a pochi metri dalle porte magiche quasi solo per riconoscenza verso quel vecchio che tante speranza aveva riposto in me. Mi aveva raccomandato di usare la moneta come chiave per impossessarmi del veloce carrello, e così feci. Con la forza delle braccia avrei dovuto domarlo perché imbizzarrito, come Kolhandris IV mi aveva avvertito; tendeva, infatti, in preda a chissà quali spiriti, a perdere la rotta. Dopo aver infilato la moneta nella fessura, magicamente la catena che teneva legato il carrello alla sbarra si liberò. Strinsi forte il manico e diressi il carrello verso le magiche porte. Quasi invisibili, come coperte da un feroce incantesimo, si stagliavano davanti a me, fredde e si direbbe imperscrutabili, se non fossero state trasparenti. Raccolsi le forze e il coraggio, chiusi gli occhi, e spinsi il carrello verso l’entrata, sussurrando le parole che il mago mi aveva suggerito: “Apriti, porta”. Sorridendo Kolhandris IV mi diceva che nella maggior parte dei casi la magia è inopportuna. –Fare ciò che va fatto, e nel modo corretto- ripeteva –tanto basta!- tuonava. Non ho mai capito se quelle porte si fossero aperte per la formula magica che mi aveva costretto a memorizzare e ripetere in quell’occasione o semplicemente perché avevo fatto ciò che andava fatto e nel modo corretto. In entrambi i casi, e a prescindere da essi, mi trovai dentro la fortezza e il sollievo mi colse.

Ristetti un poco per domare il carrello che scalpitava tra le mie mani e per valutare la situazione. Le luci erano rigogliose e bianche, di un bianco, però caldo e accogliente. Così gli ignari e i soggiogati le avrebbero definite; io quel bianco lo percepivo, piuttosto, come viscido e meschino. Le leggende che si narravano a riguardo della fortezza raccontavano il vero. Dopo le porte magiche un altro artificio divino era posto a baluardo della sicurezza dell’edificio. Una scala ripida e scivolosa, priva di scalini. Un tappeto magico come il versante liscio di una montagna rocciosa erosa dalle piogge e dal vento. Si narrava che fosse in grado di inghiottire chiunque non fosse stato abbastanza agile e pronto nei riflessi da saltare nel momento opportuno, quando, cioè, non si fosse trovato in prossimità della cima. Ma i racconti erano incompleti, altro c’era da fare, nel modo corretto, e a confessarmelo come il più prezioso dei segreti ancora una volta fu Kolhandris IV, buon vecchio mago. -La destra devi tenere mio giovane amico- sussurrò bonario –altrimenti intralcerai il passaggio degli spiriti guida, che stanno sulla sinistra, e che nulla vedono o sentono e tutto travolgono-. Mi attenetti scrupolosamente alle sue indicazioni. Salii sulla scala magica, portando prima il carrello, come agnello sacrificale, dietro a lui poi, mi nascosi io, spalmato prudentemente sul lato destro della scala, trattenendo il respiro. Salivo piano e la parete di fronte a me era colma di strani numeri, codici imperscrutabili che sembrava regolassero i giorni e le settimane, dando risalto ad alcuni rispetto ad altri: l’eccezione come arma di seduzione e persuasione. Rimasi vigile e attento; con la coda dell’occhio monitoravo la vetta e calcolavo l’esatto momento in cui dare con forza una spinta al carrello con il quale sarei riuscito, se avessi proceduto nel modo corretto, a superare anche il secondo ostacolo. Quando mi ritrovai a guardare la scala dall’altro mi parve che tutto fosse più facile del previsto e intimamente iniziai a temere che il vecchio mago avesse ragione riguardo il mio destino.

Ora era solo compito mio, nemmeno l’antica saggezza di Kolhandris IV poteva aiutarmi oltre. Nessuno mai era giunto fin dove mi ero spinto e se anche qualcuno già avesse compiuto l’impresa non era tornato per raccontarla. Un dedalo di scaffali si stendeva ampio e smisurato alla mia vista. Schiavi vittime di ignoti incantesimi vagabondavano tra le merci raccogliendo come cachi maturi prodotti di ogni tipo e li ordinavano accuratamente nei carrelli ai quali erano legati tramite una corda magica che stringeva ogni polso sinistro. Una musica orecchiabile e tambureggiante dall’alto si diffondeva sulle teste dei prigionieri come nebbia invisibile, luci e insegne spuntavano ad ogni angolo. Una brezza fredda, artefatta, vischiosa preservava lo stato dei corpi. Mi addentrai in quel labirinto.

continua…, qui

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