Perduta consolazione

Fumo negli occhi e nessun proverbio da accampare come miserevole scusa. Fumo negli occhi a cucire e rattoppare squarci di cielo sereno davanti a me. Fosse solo la sigaretta che stringevo tra le labbra, mentre la forbice delle dita la inforcava, sarei stato libero di vederti, Perduta Consolazione. Svenisti ai miei piedi o svanisti tra le nuvole assurgendo al trono sacro delle lamentazioni più vane. Perduta Consolazione a quanto ammontavano i miei debiti? Creditrice magnanima, i cui interessi non misuravi in sterili percentuali, lasciavi che mi abbeverassi dalle tue tasche misericordiose con materna cura! Innumerevoli volte ho abusato della tua pacata comprensione; come un orfano inzuppato di pioggia mi sono aggrappato egoista alle tue sottane, implorando una carezza di cui non avevo bisogno. Sapevi tutto, eppure la tua mano salvifica scorreva sulle mie guance premurosa e affabile. Perduta Consolazione avrei potuto ricompensarti per tutta la bontà che ho avuto il privilegio di ricevere, eppure ho preferito approfittarne biecamente. Quello scialle che poggia sulle tue spalle forti quante volte mi ha scaldato il cuore in fredde notti come questa! Non versai mai nessuna lacrima, ogni volta respinta sul nascere dal soffio nordico del tuo sorriso accondiscendente. Mi baciavi le palpebre pesanti inducendomi il sonno, di cui non volevo approfittare per fuggire le mie colpe. Mi conducevi al riposo, assicurandomi che l’indomani mi saresti stata accanto, come sempre, mentre andavo a cozzare inevitabilmente contro le mie ombre dense e irriverenti. Tra il dedalo di vicoli delle mie titubanze e le piazze vuote delle mie resistenze, la panchina sulla quale sedevo, mentre mi stringevi le mani, mi ha sempre dato modo di recuperare la voce perduta. Avrei potuto essere più cortese con te quando mi riaccompagnavi a casa indicandomi la strada che insistentemente e cocciutamente dimenticavo, ogni sera. Di quelle notti non avrei mai voluto abbandonare il canto ammaliante e la seducente fragranza. Eppure tu, insensibile ai miei capricci infantili, mi tappavi le orecchie e otturavi le narici, Perduta Consolazione, consapevole com’eri dei miei sogni più reconditi. Sapevi nella tua smisurata saggezza quale fosse il tesoro che cercavo disperatamente. Sapevi quanto preziosi e luccicanti fossero i diademi che lo scrigno conteneva. Sapevi quanto irripetibile fosse l’occasione che avrei potuto avere per raggiungere quel raro privilegio. Ed io, Perduta Consolazione, ho abusato della tua pazienza, violentando il tuo corpo e la tua natura, straziandoti di delusioni e sconfitte, prima delle quali, la mia, in una battaglia che non ho mai veramente combattuto e dalla quale sono inevitabilmente uscito sconfitto. Irreparabile disfatta. Mi guardasti un’ultima volta con tutta la pena del mondo. Abbozzasti un sorriso consolatorio nel quale nemmeno tu più riponevi alcuna speranza. Lasciasti che implorassi il tuo perdono disperatamente, mi lasciasti versare le ultime gocce di dignità che conservavo senza memoria, poi con un lieve gesto incomprensibile della mano ti voltasti per sempre. Perduta Consolazione ora ti troverai a fianco di qualchedun altro, impeccabile e misericordiosa, come solo tu sai essere. Non ti deluderà costui: è più arduo tradire -come ho fatto io- la tua fiducia, che assecondare le tue benigne iniziative. Resto ingenuamente alla ricerca del mio tesoro irrimediabilmente perduto con la tua immagine ad affievolirsi alle mie spalle come brace stanca e sfuocata. Nel mio disorientato peregrinare, questa notte penso a te, ormai passata, nella mia circoscritta e opaca presenza.

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