Libro II: La parabola di B. e P.

(la prima parte la trovate qui)

Spaesato e confuso dalla domanda inaspettata P., che sedeva alla sua scrivania placido e assente, rispose affermativamente, ma lo fece con un tono imbarazzato quasi volesse discolparsi da un’accusa infondata o dimostrare come lo stesse facendo contro la sua volontà perché costretto ad espiare una colpa non sua. Racchiuse tutto in un semplice sì, mesto e impaurito.

B., che campeggiava in piedi sopra di lui, attese una risposta che già gli era stata data. Non che non avesse capito, semplicemente osservava con il suo sguardo vuoto. Nella stanza il silenzio ristagnava putrido. Dopo interminabili secondi B. rincarò la dose:

-Tu sei molto credente P., vero? Vero che sei molto credente?

La voce profonda non celava il tono inquisitorio, ad esso aggiungeva un pizzico di ironia e derisione, con una cattiveria cristallina e immotivata.

-Si, sono credente, molto credente- Fu la risposta scontata, la quale venne dopo ulteriori secondi di assenza. L’atmosfera era sempre più pesante, perché nessun motivo razionale guidava quella conversazione fatta di pause interminabili e di inutili domande e relative risposte.

-Quindi credi nella storia raccontata nella Genesi, credi ad Adamo ed Eva, che l’uomo non venga dalle scimmie- Lo squarcio evoluzionistico si aprì come una ferita profonda, l’ampiezza del tema trattato in una situazione tanto paradossale non prometteva nulla di buono. Mentre gli occhi di B. si facevano sempre più socchiusi e investigatori, il volto di P. era braccato dal rossore delle gonfie gote, la fronte lucida e lo sguardo spaesato. Entrambi mai avevano parlato così a lungo con un altro individuo. Se l’avevano fatto avevano usato le frasi rituali, che ripetevano in serie, inerenti le loro mansioni in biblioteca: salve, buongiorno signora, ecco il libro che ha richiesto, volevamo informarla che il libro da lei prenotato è disponibile in sede, oppure, vi prego di mantenere il silenzio, le fotocopie si possono fare al banco prestiti al piano di sotto, la prego di poggiare la bottiglietta d’acqua a terra e non sul leggio, non è possibile consultare libri non presi a prestito in sede, mi dispiace. In quella stanza, invece, stavano intrattenendo una discussione diversa, spinta dalla curiosità morbosa e denigratoria di uno e dal disorientamento e dalla sprovvedutezza del secondo. La tensione era palpabile, eppure nessuno dei due dava segni di cedimento, mantenevano entrambi le vacue espressioni vuote che li contraddistinguevano. Invariati i loro volti, pietrificati i loro corpi. Nessun gesto delle mani ad accompagnare le domande, nessun movimento del capo a sottolineare le risposte. Solo le voci, intervallate da lunghissimi e piatti silenzi, ad unire i due universi paralleli.

-Non devi pensare alla Bibbia così- attaccò con benevolenza P. –la Bibbia va interpretata, in ogni suo passo, sono metafore-. La voce era monotona, piana, quasi rispondesse automaticamente ad un comando esterno che azionasse la cantilena.

-Ah va interpretata….- ripeté B. ottenendo così il risultato di interrompere P., ma non approfittando del vuoto da lui lasciato. In quel vuoto, nuovamente si tuffarono entrambi, quasi si spegnessero o tornassero al loro stato catatonico. A quella scena prendeva parte, seduta di fronte a P., una signora di mezza età con i capelli leggermente arruffati, occhiali spessi e abiti vecchi e superati come le sue abitudini. Non brillava certo in intelletto, la sua unica qualità era la consapevolezza della propria ignoranza. Proprio per questo sciocco motivo guardava entrambi con ammirazione, annuendo e alle domande e alle risposte, non tanto perché fosse d’accordo con le une o con le altre, quanto perché era meravigliata dalla profondità dei temi trattati e si sentiva anche colpevole per l’invidia che provava per quelle menti che le stavano regalando un così alto momento intellettuale.

-E il Papa? Credi anche al Papa, e i preti pedofili, e credi a tutto?-

-Non metterla così B., non devi ragionare, devi aprire il tuo cuore a Cristo-

Ad ogni interruzione gli interlocutori non cessavano di guardare nel vuoto in direzione degli occhi, l’uno dell’altro, così come quando avevano iniziato. Guardandosi senza accorgersi di avere di fronte lo sguardo dell’altro contemplavano l’abisso delle loro menti che si dilatava in tutta la stanza sfilando sul tappeto vellutato e polveroso del silenzio. Fosse squillato il telefono, come spesso capitava in ufficio, fosse entrato un utente con una futile richiesta l’incanto si sarebbe potuto infrangere senza troppi traumi, ma tanto rara era la possibilità che le due menti solitarie e vagabonde si incontrassero che il destino aveva voluto conceder loro, forse per sua stessa curiosità, del tempo, per vedere dove sarebbero arrivati.

-E la tua musica, P., ti piaceva la musica P. non ascolti più la musica P.?-

La domanda era stata posta con una certa veemenza quasi che B. si fosse solo in quell’attimo ricordato che P. era un amante di musica lirica e a questa sorpresa aveva accompagnato un tono rammaricato, ben sapendo che P. l’opera l’aveva abbandonata proprio per dedicarsi interamente alla religione. La contraddizione è evidente solo se si giudica l’andamento delle domande, e come vengono formulate in vigore del principio di non contraddizione, principio fuorilegge per questi universi paralleli.

-La musica è stata molto importante nella mia vita- si smarcò P. –è stata molto importante, ma io stavo cadendo, crollando, io stavo morendo poi ho visto il Volto…-

-Ah, hai visto il Volto…-. B. ripeté quelle ultime parole con una naturalezza disorientante, quasi come se per lui vedere il Volto fosse come vedere l’autobus passare sotto case alla mattina colmo di studenti. Non c’era sorpresa, incredulità o scetticismo nel suo tono. Veniva solo registrata questa informazione, asciutta e scarna, archiviata poi in chissà quale recondito angolo della sua mente, di cui si stava già dimenticando nel momento stesso in cui veniva immagazzinata.

-E adesso ascolti Radio Maria vero P.?- riprese B. con lo stesso tono accusatorio e irriverente della prima domanda, come se nulla fin lì fosse accaduto –e ti informi su internet, sui giornali in internet, vero P.?-

Per la prima volta uno dei due si mosse, e fu la testa di P. che si voltò verso lo schermo del computer mentre rispondeva:

-Si ascolto la radio e leggo l’Avvenire e il Corriere.-

Come al termine di ogni coppia di battute -mai ci fu una nuova domanda immediata, né da parte dell’uno né da parte dell’altro- a dominare fu il silenzio. Un silenzio che occupò gran parte della conversazione e che acquisì via via forme più stravaganti, non tanto imbeccato dalle dinamiche dello scambio, quanto dalla staticità degli interlocutori. Furono le più svariate tonalità di grigio a colorare il silenzio che prendeva ogni volta forma e l’atmosfera si faceva sempre più densa ed esterrefatta. A tratti i profili delle cose sfuocavano come dissolti in una patina di foschia figlia dell’inconsistenza delle menti perdute nei rispettivi baratri in cui si erano cacciate. B. lasciò trapelare un sorriso maligno di soddisfazione e appagamento, come se la meschina vendetta fosse stata compiuta. Tese le braccia e raccolse nelle mani le paffute guance di P.

-Ti voglio bene P. –gli disse come una nonna dimostrerebbe il suo affetto smodato a un nipote –Ti voglio bene perché sei buono- e se ne andò con il suo dondolare gommoso e lento, trascinando i piedi, quasi portasse legato alla caviglia il fardello della sua poetica, incatenata e condannata.

P., senza cercare conforto in nessuno sguardo dei presenti, come se nulla fosse accaduto, tornò a perdersi nell’ascolto di Radio Maria. Mentre i due universi paralleli riprendevano lo loro strada solitaria -come è giusto che fosse-, mentre quella strana coincidenza astrale, come un’eclissi o una meteora, si dileguava nel cielo delle probabilità, mentre la donna si gongolava per la fortuna di conoscere tali dotti uomini, quelli, che nella realtà avevano avuto l’occasione di affacciarsi dalla finestra privilegiata che dava sulla schizofrenia degli uomini, restarono in quel refuso di silenzio e di opacità che era rimasto attoniti e sconvolti. La profondità dell’abisso non è quantificabile, le tenebre che lo abitano sono inaccessibili. Quello che nella stanza era accaduto era impossibile da decodificare. Si ergeva implacabile e tremenda la follia a dirigere come marionette due uomini che dalle loro menti troppo avevano richiesto e nella follia avevano trovato rifugio e conforto.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...