Libro I: La parabola di B. e P.

Seminavano e raccoglievano entrambi i frutti della mente. Assorti camminavano per i corridoi della biblioteca, sicuri e orientati verso le risposte che andavano cercando. Le domande nelle loro menti erano sempre ben formulate, perché a lungo ponderate. A volte capitava che si incrociassero con le loro andature lente e liquide. Avevano una corporatura simile, per lo più sferica nella zona equatoriale del corpo. I ventri erano circondati da cinture troppo strette che raccoglievano jeans del tutto fuori moda la cui vita era decisamente alta: a stento si aggrappava agli ombelichi proiettati in avanti da pance gonfie e tese. Le camice, o le magliette, avevano colori pastello opacizzati dai molti lavaggi; le scarpe, consumate, raccontavano una vita sedentaria. I volti, tondi come i corpi, presentavano fronti ampie e ciuffi di capelli ai lati dei capi e sulle nuche, guance paffute e sguardi severi. Tanto simili i loro aspetti così diversi i loro interessi. Il primo, B., perso nel labirinto delle parole, alla disperata ricerca di assonanze e metonimie, attratto come un bambino dalla perversione e dal proibito, si trovava in notti disperate a decantare nelle tenebre i suoi versi angosciati, ruvido nella voce, rotta dalla rabbia per l’incompletezza della sua poetica. Cercava l’armonia del suono nella sua solitudine e depresso constatava come l’oscurità annebbiasse anche la limpidezza dei suoi versi. Si allontanava sempre più irrimediabilmente da quella sua opera prima che era riuscito a pubblicare, da tutti gli esperti accolta con favore e considerata così promettente se non già geniale. Tentava, nei fogli che poi stracciava con rabbia, di ritrovare quell’ispirazione ormai perduta, si disperava battendo istericamente i pugni sulla scrivania, perdendo, ad ogni fallimento, progressivamente la speranza. Quei suoni che prima affollavano la sua mente, che coltivava con premura, quegli stessi suoni che magicamente si ordinavano in parole e versi armonici, si trasformavano sempre più frequentemente in sogni inquieti di morte e perversione a cui non riusciva più a far seguito un qualche incanto poetico. Intimamente sapeva che, oltre al proprio talento, stava perdendo anche la lucidità e l’orizzonte del suo sguardo. Sentiva il suo corpo perdere specificità, come se si stesse dissolvendo nello stesso labirinto nebbioso in cui la sua mente vagava disorientata. Tra quelle indeterminatezze, divampava la perversione crescente di una rabbia a stento celata, la cui fonte ignota lasciava intendere colpe che non gli appartenevano, ma da cui era irrimediabilmente attratto. Chiuso in sé vagabondava per quegli stessi corridoi di quella vetusta biblioteca trascinando i piedi. Osservava ancora con la stessa profondità di sguardo, cupo e scrutatore, ma la lucidità dei suoi occhi e della sua mente si era ormai spenta. Restava solo un barlume perverso di un desiderio maligno e angosciante. L’altro, P., tra gli scaffali ordinati andava cercando, invece che versi musicali, la musica dei versi, amante com’era della tradizione operistica, a cui aveva dedicato numerosi anni della sua vita. Raccoglieva nelle mani paffute vinili e compact disc, assaporando la grandiosa interpretazione del soprano, piuttosto che l’intenso acuto del tenore, durante quella celebre registrazione dal vivo all’Arena di Verona a cui lui stesso -dopo mesi di risparmi- aveva preso parte come estasiato spettatore. Studiava con metodo e meticolosità ogni libretto ed ogni spartito, raccoglieva informazioni e approfondiva i temi o le tecniche che erano alla base dell’opera. Si dilungava spesso a leggere la mitologia che aveva ispirato il racconto, studiava il contesto storico e culturale nel quale era ambientata la trama, approfondiva i compositori che avevano influenzato colui che aveva musicato l’opera. Si divertiva, nei momenti di svago, a raccogliere immagini delle varie coreografie e dei diversi costumi che erano stati usati per le numerose rappresentazioni lungo il corso della storia. Cercava, ogni volta che analizzava una composizione, di immedesimarsi nello spettatore che andava alla prima, indagando le possibili emozioni e turbamenti che la musica, le scenografie e i testi avrebbero potuto in lui far fiorire, immergendosi nella cultura dell’epoca. Grande giovamento, infine, traeva dall’ascolto, seduto nella sua poltrona, con un braccio intorno alla pancia tonda, il gomito del secondo appoggiato sull’avambraccio del primo, la mano ad accarezzarsi il mento assorto, mentre le palpebre abbassate favorivano il raccoglimento. A tutti quei canti, a tutti quei fortissimi archi e ottoni, non riusciva mai fino in fondo ad attribuire, però, l’infinita eccelsa perfezione che dimostrava loro in fase di studio. Quella tensione, che pervadeva l’opera lirica e che tanto lo attraeva -ed era il principale motivo della sua ammirazione-, percepiva però essere un segmento lanciato nell’infinito, senza la benché minima possibilità di giungere ad un porto. Il tentativo della lirica di raggiungere la suprema altezza della perfezione si dissolveva allo sguardo di P. in un qualsiasi profondo cielo di una Verona estiva. Più approfondiva e affinava le sue conoscenze liriche maggiormente si faceva salda in lui l’idea che il mezzo della lirica fosse inadeguato allo scopo che si prefigurava. Nutriva anche il fastidioso dubbio che questa impossibilità fosse del tutto consapevole in chi musicava e scriveva le opere, quasi fosse un subdolo inganno per rendere quella tensione ancora più spasmodica e trascinante. Subito dopo ogni ascolto, quando ancora stava assaporando il piacere, il gusto, la gioia della grazia della lirica, una fitta lancinante gli stringeva il cuore; il senso di colpa lo braccava, quel senso di colpa figlio della tensione perdutasi nel nulla gli ricordava come non fosse ancora giunto là dove voleva arrivare. Sentiva, sempre più consapevolmente, che la lirica non l’avrebbe innalzato e il tradimento lo disorientava e avviliva. Tanto tempo aveva sprecato, troppo forze aveva speso per raggiungere l’altissimo attraverso la lirica; questa, però, aveva approfittato della sua abnegazione per colpirlo alle spalle, giocando con le sue aspirazioni per fargli maggiormente apprezzare l’opera stessa ma, ingannandolo, negandogli la mano al fine di raggiungere ciò per cui alla lirica si era affidato. Il suo corpo era stremato, perso nello sconforto della colpa e della sconfitta, insabbiato nei bassifondi di un’umanità fangosa e putrida. Affranto si stava lasciando sprofondare, pesante e lento, nelle sabbie mobili dell’apatia, assumendosi l’onere di espiare un peccato a cui era stato condotto con l’inganno. Perso nei fuochi della vergogna ebbe allo stremo delle forze la visione del Volto. Lasciò la lirica come un’amante crudele e abbandonò l’indagine critica per volgere lo sguardo, ormai cieco e disattento, alla fede a cui concedette tutto se stesso. Chiuso nella sua sedia, incastonato nella scrivania, assolveva le sua mansioni lavorative accompagnato dalla radio, Radio Maria, che ascoltava attentamente, seppur -visto dall’esterno-, i suoi occhi apparivano tristemente spenti. Assetato di fede, con gesti sempre misurati e lenti, consultava i quotidiani cattolici in linea, ripeteva mentalmente il rosario centinaia e centinaia di volte, ovunque si trovasse. La lucentezza della fede che brillava nel suo cuore prosciugava le energie del corpo ormai spento e sfinito; sentiva, P., evidente lo stato di detenzione in cui giaceva la sua anima in quella struttura di carne e ossa vecchie, logore, desuete.

Si trovarono, così a lavorare nella stessa biblioteca, assunti obbligatoriamente per legge, a causa dell’esaurimento nervoso in cui entrambi si erano rifugiati per il frantumarsi dei loro talenti. Si trovarono, l’uno, B., colmo della sua rabbia, della sua disperazione, della sua perversione; e l’altro, P., con la pienezza di fede nel cuore e lo sconsiderato senso di vuoto del suo corpo, faccia a faccia, in un giorno qualsiasi di un assolato autunno. Gli universi solitari che abitavano, ognuno per contro proprio, estraniati dal resto del mondo, per una qualche coincidenza astrale -o divina- si stabilizzarono su un piano comune, venendo, nonostante una probabilità minima, a contatto. La prova al mondo reale che quei due universi paralleli e distinti avevano trovato incredibilmente una sintonia fu grazie a B., il quale, con voce tonante e malevolmente ironica, sentenziò:

-Eccolo il buon P., eh, che ascolta sempre Radio Maria!

Tra gli appartenenti del mondo reale ci fu il gelo: l’inaspettato accadde e l’imprevedibile era ancora da accadere.

(la seconda parte la trovate qui)

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