Quadrati paralleli

Andai al confine meridionale del quadrato. Guardai l’orizzonte e vidi la stessa linea che si era presentata ai miei occhi quando, novanta gradi spostato a sinistra, avevo alzato lo sguardo per la prima volta. Sapevo che muovendo nuovamente i miei piedi uniti dello stesso angolo la vista non sarebbe cambiata, e parimenti per ciò che si trovava in quel momento alle mie spalle. Oh, certo, non seppi darmi subito una risposata convincente su dove mi trovassi o come vi ci fossi arrivato -ovunque in quel momento mi trovassi-; ciò che maggiormente mi colpì fu quanto mi sentissi a mio agio tra quelle linee. Erano linee spesse, nere, dipinte su un pavimento senza piastrelle, assolutamente piatto, lucido, quasi incolore. Là, all’orizzonte, un’altra linea. Potrei giurare di non averlo visto, ma la verità è che non voglio mentire. L’orizzonte aveva gli angoli proprio come il quadrato che mi circondava. Avrei mai potuto valicare quelle linee intorno a me? Non lo feci e, in quei momenti, non volli nemmeno oltrepassare il confine nel quale ero rilegato. Quello era il mio posto, quello il mio spazio. Sedetti a terra e con la punta dell’indice toccai il pavimento freddo e seguii parallelamente le linee del quadrato. Proprio come con la condensa sul vetro l’impronta del mio dito lasciava un segno che dopo poco si diradava scomparendo senza lasciare traccia alcuna. Temetti, per i rudimenti di geometria in mio possesso, ad alzare lo sguardo. Escogitai un tranello ridicolo da tendere a me stesso. Raccolsi, ancora seduto, le ginocchia stringendole tra le braccia e iniziai a dondolarmi. Sapevo che sarei caduto supino, prima o poi, e allora avrei potuto confermare o smentire il mio timore. Quando accadde, prima di aprire e levare gli occhi al cielo (non sapevo ancora che nessun cielo si trovasse sopra la mia testa), feci un profondo respiro. Come sospettavo non un cielo stellato sopra di me, o un semplice soffitto ma un quadrato, tale e quale a quello su cui poggiavo: stesso pavimento piatto, lucido, incolore. Per le leggi della geometria sarei potuto trovarmi anche sottosopra che non sarebbe stato violato nessun principio. Avrei addirittura preferito trovarmi in un cubo come i due quadrati sotto i miei piedi e sopra la mia testa lasciavano intendere. La realtà era invece che sul pavimento e sul soffitto, a seconda di dove si guardasse -e per ciascuno di essi- c’erano quattro linee spesse e nere che formavano quattro triangoli rettangoli. Per una strana coincidenza io mi trovato tra quelle linee, in posizione perpendicolare. Nel mio spazio. Provai anche a posizionarmi in verticale, gesto atletico che non sapevo essere in grado di compiere. L’ipotesi era quella che qualora il punto di vista esterno fosse posizionato correttamente mentre il mio corpo si trovasse sottosopra trovandomi a testa in giù, invece, mi sarei scoperto in piedi, sebbene con le braccia lanciate verso l’alto. Sperimentai la teoria testé formulata, ma non ebbi nessun riscontro perché non avevo termini di paragone e le mie sensazioni di benessere non miglioravano, come ci si sarebbe potuti aspettare, ma non peggioravano nemmeno. Il tempo tra quei due quadrati paralleli sembrava non esistesse o, più precisamente, non ebbi mai coscienza dei minuti e delle ore che potessero trascorrere. Era sempre un tempo presente. Fissavo le linee dei quadrati che mi ospitavano. Le misuravo con i pollici. Ad ogni passaggio avevo la sensazione che gli angoli fossero leggermente smussati rispetto a quelli precedenti oppure che una linea fosse di un pollice, o al massimo due, più corta o più lunga rispetto a quella appena misurata. Giocai con me stesso a fare il mimo, nel più classico e principale degli esercizi per imparare a maneggiare con pertinenza i rudimenti della professione: finsi di tastare con le mani una parete invisibile, sulla linea immaginaria della quale mi muovevo, eccedendo in espressioni basite e di sconforto per l’incapacità –voluta- di non riuscire a passare oltre. Mi trasformai poi in un esperto di arti marziali che scagliava il pugno con fulminea violenza, ma grazie alle sue doti di autocontrollo e di conoscenza del proprio corpo, riusciva a fermare le nocche delle mani a pochi millimetri da quel muro -o da quella trave di legno- che, però, non esisteva. In piedi mi soffermai a guardare la superficie nella quale potevo muovermi. Tracciai con gli occhi due diagonali e mi sedetti nel punto d’intersezione. Sentivo il bisogno di essere ordinato e rigoroso. Mi sdraiai stendendo i miei arti lungo le ipotetiche diagonali che si lanciavano verso gli angoli del quadrato per dividerlo precisamente a metà. Mi sentii presente e partecipe di una figura piana, quadrilatera, regolare; quasi che senza il mio supporto i lati avrebbero perso la loro rettitudine, e gli angoli di conseguenza. Avevo trovato -e ancora conservo- il mio spazio: tra quattro mura si direbbe, se non fosse che posso, quando m’aggrada, guardare oltre e, inoltre, conservo ancora la possibilità, che so di avere e di cui non voglio privarmi, di spingere un lato, scelto a sorte, un po’ più in là, verso l’orizzonte.

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