Mani

Non siamo dita da pianista, non abbiamo la forza e la rozzezza delle mani dedite al lavoro, quello duro, di fatica. Non abbiamo profumi che ci annuncino con particolari entusiasmi. Siamo dita normali, di quelle che si incrociano, come milioni di altre dita, per pregare o invocare cieche fortune, di cui non si conosce il colore delle bende che impedisce loro di aiutarci. Siamo dita anonime, trascurate non tanto per pigrizia quanto per inettitudine. Abbiamo unghie tagliate ma non uniformi, pelli che spuntano grinzose, ossa grosse. Siamo, però, mani grandi; i più entusiasti, come il mignolo, potrebbero addirittura spingersi a definirci virili. Abbiamo una certa abilità in alcune faccende come fabbricare sigarette: siamo estremamente attente nel posizionare uniformemente il tabacco sulla cartina che riusciamo, con pochi gesti, ad arrotolare come un tappeto, lasciando il giusto spazio alla lingua per inumidire la colla. Con un semplice movimento, che a noi pare, dopo tante sigarette fabbricate, naturale, chiudiamo quel cilindro di tabacco ed ogni volta, con una certa arroganza, constatiamo la linearità della sigaretta appena arrotolata. Con un certo impegno, poi, acquisiamo maggiore competenza e velocità nel digitare sulla tastiera. Siamo autodidatte, costrette più che interessate: il lavoro che svolgiamo ce lo impone e in funzione di questo ci impegniamo molto con buoni e costanti progressi. Di altro non possiamo vantarci: molto goffe nel tagliare la frutta e la verdura; altrettanto disorientate quando si tratta di far passare per la cruna di un ago il filo con il quale dovremo, con altrettanta fatica, rammendare una capo sgualcito; assolutamente incapaci, confessiamo, nella nobile arte di lisciare capi da poco ritirati dal sole con un ferro caldo, dal quale non siamo ancora rimaste scottate, ma con il quale non riusciamo proprio a coordinarci. Stirare risulta essere per noi, povere maschili mani inconcludenti, una vera tortura. Mani, certo, che fanno quel che devono fare: lo stretto necessario, s’intende, senza particolari picchi e pochissime misere cadute. Mani normali, che fanno il loro, e provano a farlo al meglio. Ma certo, come tutte, ci entusiasmiamo quando abbiamo la fortuna di infilarci in un manto di capelli morbido e profumato. Correre tra ricci lussuriosi seguendone le onde e i capogiri come su montagne russe, oppure scivolare lungo il ripido profilo di capelli lisci e fulminei. Ci pare, quasi, di poter indovinare il colore delle chiome che andiamo accarezzando. A volte restiamo impigliate, o meglio, ci leghiamo a quel capo così attraente, per assaporarne ancora un poco l’elegante femminilità. Con i polpastrelli camminiamo lungo la nuca alla ricerca di un brivido di benvenuto, un attestato di stima, un sospiro di piacere. Imbarazzate e caute pizzichiamo piano lobi inermi che si spaventano per la nostra frettolosa imprudenza, ma con accondiscendente comprensione ci lasciano fare, quasi lusingati dell’attenzione che rivolgiamo loro. E quando, quasi per caso, abbiamo l’onore di stringerci ad altre dita, mentre due paia di occhi ci osservano languidi, sentiamo di essere, mai come in questi casi, importanti. Sentiamo scorrere intorno a noi un’energia che pare magia. Non c’è attimo più gratificante di quello durante il quale delle labbra sconosciute si posano sul nostro palmo, calde e morbide, lasciando sulla nostra pelle il segreto e raro codice della riconoscenza. Fossimo in grado di decifrarne sempre il contenuto forse non avremmo questo piacere. Il bello, in questi casi, è conservarlo, in tutta la sua preziosa delicatezza, nonostante il suo pregio non ci sia dato conoscere. Quelle labbra resteranno sempre, quale sia la persona che le ha lasciate, qualsiasi sia il motivo per il quale si sono tanto prodigate, nonostante ciò che possa accadere in seguito. Quelle labbra sono labbra delle quali non avremo più modo di accarezzare la veridicità, perché siamo mani legate da invisibili guanti che ci condannano e ci ritraggono inesorabilmente alla nostra mediocrità

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