Pigrizie e incoerenze

La musica che ascolto, certo, non smuove nulla nella mie viscere, allo stesso modo non posso dire che mi spinga a comporre versi ispirati come fosse musa esigente e irrequieta. Semplicemente, quando ascolto musica, come chi, quasi senza accorgersene, inizia a muovere le gambe e le braccia a tempo, io, con poca grazia e partecipazione, sento non l’esigenza, ma il desiderio di scrivere. Spesso senza sapere bene cosa trattare in poche righe –mi annoia velocemente ciò che scrivo- quindi, con una buona dose di coraggio e impegno, inizio, con la prima frase che mi viene in mente. Stranamente, da quell’istante, a stento percepisco le note e gli incisi delle canzoni che si susseguono. Questo non giova o non peggiora la qualità delle mie frasi, è solo una nota di colore. Un inciso –non delle canzoni, che, ad essere sinceri, a stento so cosa sia, ma dello scritto- che si attesta nel nulla di parole vuote, prive di orientamento, le quali, magre e asciutte, si stendono su questo foglio elettronico, quasi uguali a come si sono presentate, incidentalmente, nella mia mente. Ci sarebbe tanto, o forse molto poco, da dire a riguardo, ma è proprio quel riguardo di cui non so cosa dire, o cosa sto dicendo. A molti, e a ragione, potrebbe sembrare tutto questo un delirio schizofrenico. Non ho la forza per controbattere sciorinando una teoria convincente; questa volta non per pigrizia, ma perché credo, in tutta sincerità, di non essere in grado di trovare argomentazioni sufficientemente solide per fronteggiare una critica appropriata come quella di cui sopra, la quale sono stato tanto furbo e scaltro da rivolgermi io stesso! Ed è a questo punto che si potrebbe aprire l’ampia e scorrevole strada della doppia personalità, o ancora meglio, del flusso di coscienza: tecnica narrativa, questa, di cui si ricordano sì celebri e preziosi esempi, ma anche e purtroppo una serie infinita di copie sbiadite e abusi prolungati, vani tentativi di nascondere una misera incapacità e una sterile abilità. Certo, non che voglia ora spingermi a una polemica da intellettuale, in primo luogo perché la pigrizia me lo vieta, in seconda istanza per le misere competenze che posso annoverare –la coscienza delle quali, però, almeno, mi suggerisce di evitare i flussi di coscienza-, in terzo ed ultimo (è finito l’album e mi sono bloccato, ora lo faccio ripartire che mi piace assai) per il semplice motivo che dovrei scagliarmi contro un non ben precisato molti, se non già troppi. La moltitudine sarebbe sicuramente in vantaggio: quante piccate e articolate repliche mi verrebbero mosse! Considerando poi che la critica, ufficialmente non ancora formulata, non verrebbe letta da nessuno, ogni mia preoccupazione e riflessione a riguardo (e di nuovo questo riguardo!) aggiungerebbe, e lo sta irrimediabilmente facendo (temo a questo punto della proposizione per la sua stessa salute e consecutio) elementi alla tesi secondo la quale tutto quello che sto scrivendo sia frutto di un disturbo, si auspica temporaneo, delle mie facoltà mentali. Ad alcuni potrà essere parso in contraddizione il fatto che io abbia smesso di scrivere al termine dell’album con ciò che ebbi a dire poco sopra: cioè che, scrivendo, quasi non sentivo musica e incisi. Ad una più attenta analisi si può ben intuire come, invece, le cose vadano di pari passo. Se la mia attenzione verso ciò che ascolto scema mentre scrivo, allo stesso modo la musica è il tappeto grazie al quale scrivo e, metaforicamente, sul quale cammino. Il venir meno della musica, evitando di uscir di metafora, sarebbe quindi la perdita repentina della terra sotto i piedi, la quale, se vissuta veramente, non deve essere una bella sensazione. Sono sicuro di aver trascurato argomenti a cui avevo accennato sopra, quasi lasciando intendere uno svolgimento più accurato. Me ne scuso ma confesso non essere mia intenzione, come forse è stato già ampiamente spiegato, svolgere un tema rigoroso. Mi domando se, rileggendo quello fin qui partorito, riuscissi mai a trovarvi un tema. A questo quesito, con un espediente di cui ho già abusato, contrappongo la mia ormai proverbiale pigrizia per affermare che non ho alcuna intenzione di creare una “bella” a questa “brutta”, sia essa riconosciuta tale in termini stilistici e (oppure) contenutistici. Altro elemento interessante è la proverbiale pigrizia di cui sopra, la quale non sono pienamente convinto mi appartenga veramente. Esiste in questo scritto, come espediente appunto, ed è talmente importante, nella traballante struttura, da ottenere a merito i gradi di via di fuga. Eppure, riconoscendo di non essere pigro -non almeno in senso assoluto-, qui e ora, mi sto fregiando di appartenere a questa indolente categoria di persone. Si insinua il dubbio, del tutto lecito, che questa prima persona non coincida perfettamente con l’individuo –che sarei io, ma questo io è messo ora in discussione- intento a scrivere. Certo risulta comodo scaricare le proprie responsabilità su un io narrante non completamente onnisciente, ma, nonostante questa mancanza, dotato di un tale potere da attribuire malignamente caratteristiche umane a chi, a differenza sua, umano lo è per davvero ed è, di quelle caratteristiche, quasi assolutamente privo! Certo se è vero che la pigrizia non mi appartiene completamente, è altrettanto innegabile –perché lo sto confessando proprio ora- che la coerenza in questo scritto non è qualità di cui possa vantarmi. Ho, infatti, appena riletto quello fin qui prodotto, apportando alcune piccole correzione e migliorie, sbugiardando ignobilmente quello che poco prima avevo strenuamente difeso e di cui mi ero boriosamente vantato. Ho avuto anche l’opportunità di constatare come lo scritto stesse assumendo proporzioni smisurate per le mie abitudini (ulteriore conferma della mia incoerenza). A parziale discolpa, posso però tranquillamente affermare, come già avevo detto, di essermi annoiato a leggere ciò che io stesso avevo scritto. Per questo, ma anche per il fatto che devo farmi una doccia prima di uscire per andare alla festa della birra, decido di interrompere qui, su due piedi –sebbene mi trovi seduto- questa opera che spero sia dimenticata, in primo luogo da me, al più presto.

p.s.: Per confermare definitivamente il mio temporaneo amore per le contraddizioni, lo scritto sarà pubblicato sul blog, nello strenuo tentativo di combattere l’oblio che merita.

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