Il fischietto

I capelli lunghi, castani, sciolti sulle spalle esili, si agitavano come fruste innanzi e a capo. Era un movimento ritmato, ma non violento. L’energia che sprigionava era insieme rabbia e irrequietezza. Il braccio lanciava l’indice verso il cielo, un cielo stellato, di prima primavera. Era una notte ancora fredda che portava con sé la tiepida aria del pomeriggio, quell’aria che disegna sui volti delle persone nei parchi un sorriso beato. La ragazza saltava ad occhi chiusi, non si curava del trucco che meticolosamente aveva disegnato sulle palpebre. Alcuni ciuffi della frangia, bagnata dalle gocce di sudore, si appiattivano sulla fronte ampia. La bocca, sottile e ambiziosa, era costantemente aperta per respirare affannata nei rari momenti in cui non cantava spensierata a squarciagola. Davanti a lei il palco, intorno ragazzi, compagni, amici che saltavano seguendo il ritmo della musica. Le piaceva pensare che in realtà stessero imitando i suoi balzi, i suoi gesti. Sentiva quella sera come sua e voleva lasciare il segno, se non in quella degli altri, almeno nella sua vita. Avrebbe tanto voluto ricordarla per sempre, quella notte. Era convinta sarebbe stata una notte speciale e sorrideva nascosta, a quel pensiero. Era eccitata; tra le dita delle sue mani correva la voglia di accarezzare una pelle più ruvida della sua, un volto appena indurito da una peluria sparuta. Si immaginava ad occhi chiusi mentre avvicinava le sue labbra a quel volto sconosciuto, il cui unico pregio era quello di avere una bocca tremante da baciare. Brillava quella fantasia in misura maggiore di quanto non riuscisse a tenerla celata. Tutto il suo corpo emanava un desiderio di passione, le sue danze ricamate sulla musica grezza e storpiata erano sensuali e accattivanti. Molti intorno a lei provavano le stesse pulsioni, e allo stesso modo non erano in grado di nasconderle. Giovani adolescenti in una calda notte primaverile, durante un concerto. Venne, quasi al termine del concerto, il suo momento. Il cantante, a torso nudo, sudato e maschio, allungò il braccio tatuato e con un gesto inaspettatamente elegante la invitò a salire sul palco, sorridendole. Lei si guardò intorno con l’imbarazzo di chi si trova a disagio per la gioia e l’orgoglio di trovarsi dove sempre aveva sognato di essere: al centro dell’attenzione e dei desideri, di tutti. Non era superbia la sua, né vanità o vanagloria. Ricercava negli altri e nella loro ammirazione la prova tangibile della sua esistenza e soprattutto della sua appartenenza. Avere occhi e sorrisi a lei dedicati, punte di invidia a graffiarle le braccia, sospiri di desideri ad avvolgerle i seni erano per lei la prova tangibile della sua viva presenza in un mondo di cui non sempre era sicura di farne parte. C’era altra gente intorno a lei a cui non doveva chiedere nulla per essere al loro fianco; la sua vita era vita come quella di tutti gli altri, molti dei quali avrebbero tanto desiderato trascorre un poco della loro insieme alla sua. Sul palco, in cima al mondo, con l’asta e il microfono a nascondere una minima parte dell’infinita emozione che tradiva, ben piantata sulle gambe snelle, sorrideva entusiasta. Seguiva muovendo il capo il ritmo della batteria, gli occhi bassi e la bocca fremente aspettavano il momento propizio quando sarebbe dovuta intervenire, soffiando con tutta l’aria che conservava nei polmoni nel fischietto. Le battute la conducevano veloce a quel momento tanto atteso. Fischiò con le braccia al cielo, irriverente. Il pubblico esplose in grida e applausi, il cantante le accarezzò i capelli compiaciuto, lei esausta sapeva di aver soffiato via le sue paure, le sua angosce, le sue timidezze. Da quel fischietto, in una calda notte primaverile, durante un concerto metal, nel cielo stellato, era volata via l’innocente fanciullezza di una persona che su quel palco aveva capito di essere diventata donna.

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