Pasquetta

Con la pelle rossa, che brucia e prude, con un segno di fuoco sui fianchi, ripenso a ieri. Il sole caldo, quel primo sole che fa sudare, che toglie il fiato, che secca la gola. Sul costone a guardare il precipizio, il lago frustrato dal vento le cui onde si infrangono su pietre e scogli irti e spigolosi. Osservare la distesa d’acqua cercando di capire come fanno i velisti a “vedere” il vento. E poi il cibo, gli avanzi della festa, unti, succosi, pesanti. Sdraiati sull’erba nella più classica delle tradizioni a ridere per qualche sciocchezza o teatrino inventato. Prendere in giro la nostra disorganizzazione, la nostra posizione sociale (decisamente borderline), saltare da un doppio senso all’altro, lasciando al non detto troppo spazio per essere citato. Il mattino ventoso ha lasciato spazio ad un pomeriggio afoso, aumentando la voglia di buttarsi in un acqua ancora troppo fredda. La gioia segreta dell’ombra fresca e leggera, quando cercavamo riparo sotto un albero, rannicchiati come fuggitivi ma sollevati e sereni. Insieme lasciavamo scivolare le ore per la gioia di guardarle trascorrere.

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