Incompletezze

Sul tappeto stavano, sparpagliati e svogliati, un romanzo postmoderno appena iniziato, con un biglietto dell’autobus come segnalibro, un accendino quasi finito, un pacchetto di sigarette ancora incartato, una sigaretta da poco accesa appoggiata su un posacenere colmo di mozziconi. Il fumo saliva ad incontrare la densa foschia che si era formata mentre raggi vacui di sole rimbalzavano dalle fessure delle persiane e fendevano la coltre grigia che galleggiava nell’aria, in prossimità del soffitto. Le pareti bianche erano grigie di nicotina. Qualche ragnatela abitava gli angoli in comunione con l’incuria dell’arredamento. Spadroneggiava nella stanza una libreria spoglia alla cui corte stava una sedia su cui erano accatastati vestiti usati. Ai piedi del letto, a cui si appoggiava come fosse uno schienale con le gambe incrociate, sedeva un uomo, stanco. Il capo chino e lo sguardo fisso su dei fogli ingialliti che ad arco lo circondavano, posizionati l’uno sul bordo dell’altro, permettendo così la visuale di ognuno di essi. Fossero state le prime ore del mattino o le tarde del pomeriggio non avrebbe saputo capirlo. Non ricordava nemmeno da quanto tempo sedesse in quella posizione, tanto che non si rendeva conto dell’indolenzimento delle sua gambe incrociate. Una musica placida suonava lontano, senza motivo. Dalla porta socchiusa entrò una ragazza. Non era grassa e nemmeno robusta, aveva una corporatura massiccia, forte. Le gambe non erano tozze o grosse, erano invece ben salde al terreno, sicure. Procedeva disinvolta ma senza grazia; un andamento non stanco, nemmeno svogliato, semplicemente incurante del proprio camminare. Cadenzavano i passi i capelli spettinati, ciondolanti e legati in una coda posizionata non perfettamente –non si sa se per incuria o per vezzo- al centro della nuca, bensì spostata leggermente a destra; capelli biondi, di un biondo cenere, o sporco, i cui riflessi mutavano quasi a voler raggiungere la stessa tonalità di quei raggi intrisi di fumo che andavano a baciarle il viso. Un viso sicuramente non grezzo, ma i cui lineamenti duri cercavano strenuamente, senza riuscirci del tutto, di celare una dolcezza che si sprigionava dagli occhi, di un disarmante celeste. Le mani si nascondevano nelle tasche dei pantaloni, non larghi o trasandati, ma ampi e comodi, che cadevano fin sotto il ginocchio. Ampi, appariscenti bracciali ed etnici orecchini certo non ingentilivano l’aspetto, ma lo caratterizzavano regalandole un’immagine, se non graziosa, coerente ed equilibrata. L’uomo non alzò lo sguardo da terra. Nemmeno il sorriso sinistro, ma soddisfatto, di lei riuscì a persuaderlo a cambiare posizione. Sulla porta già compariva un piccoletto con il ventre tondo e pronunciato, una giacca per questo troppo stretta in vita che l’omino si ostinava a tenere faticosamente allacciata, un abito da sera chiaramente di scarsa qualità. I baffi troppo lunghi assumevano una forma goffa e bizzarra da sparviero, gli occhi piccoli e luccicanti si muovevano celeri nelle orbite come fossero alla ricerca della sorpresa che doveva nascondersi per forza dietro l’angolo. Portava un anello d’oro al dito, del tutto inadeguato e pacchiano, le unghie lunghe tradivano un certo vezzo femminile per le mani, che erano curate, cosa che non si poteva certo dire per il resto dell’aspetto. I capelli unti erano spinti in un riporto forzato alquanto indecoroso. Tradiva, insomma, il proprio mal gusto nel vestire, sebbene fosse chiaro il suo tentativo di apparire elegante e di nobile aspetto. Sghignazzava giocando con il sigaro che stringeva tra i denti. Il braccio appoggiato allo stipite spuntava solo col busto come una marionetta malefica e serafica. Non aveva un atteggiamento misericordioso, piuttosto accusatorio, strafottente, denigrante. I due arrivati, non certo con buone intenzioni, restarono immobili nelle posizioni che avevano assunto, come statue. Sembravano attendessero un comando, come macchine telecomandate, pronte all’azione. Non c’era nelle loro espressioni nulla di vivo, nessuna emozione o pensiero trapelava dai loro occhi. L’uomo, seduto ai piedi del letto, li osservò a lungo, in silenzio. La stanza si era fatta scura, il sole era tramontato. Le sigarette che si susseguirono andarono a viziare ulteriormente l’aria della stanza, già irrimediabilmente compromessa da quelle fumate in precedenza. L’uomo osservava i suoi ospiti immobili e rileggeva le sue carte riscontrandone la perfetta somiglianza. Si alzò a fatica, appoggiandosi ai piedi del letto, con un movimento impacciato e indolenzito. Raccolse i suoi scritti e li ordinò in un cassetto. Andò a coricarsi, vegliato da personaggi immobili e muti di un racconto incompiuto che mai avrebbe terminato.

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