La penultima frase di un libro

Sono

La penultima frase di un libro, quella che non si ricorda, quella che si legge con la fretta di arrivare alla fine, sdraiati sul letto, lasciandosi distrarre dal pensiero del prossimo romanzo da iniziare, prima di leggere la frase conclusiva, quella ad effetto, la sentenza finale.

Sono

La sesta sigaretta della giornata, quella che si accende distrattamente, con un movimento automatico delle dita, quasi senza voglia di fumare, solo per far trascorrere altri cinque minuti di noia, così, per semplice abitudine.

Sono

La crosta della pizza lasciata nel piatto durante una cena per festeggiare il compleanno di un amico, con il sapore forte dei formaggi nella bocca, un bicchiere di birra mezzo vuoto, sperando che il festeggiato apprezzi il regalo che gli sarebbe stato donato

Sono

Il numero indefinito di biscotti inzuppati nel caffè la domenica mattina della settimana scorsa, con gli occhi gonfi e infastiditi da un sole che annuncia una primavera prematura, motivati a non togliersi mai il pigiama per tutta la giornata

Sono

I libri ordinati nello zaino il giorno prima dell’interrogazione, lasciando salire la tensione e la paura, sapendo bene di non essere adeguatamente preparati a sostenere l’esame, colpevoli, ma non pentiti, di aver preferito un giro in vespa per le campagne quel pomeriggio che doveva essere dedicato allo studio

Sono

Il bacio qualunque dato distrattamente alla nostra ragazza in un giorno come tanti, senza passione o amore, ma nemmeno senza mentire, semplicemente un bacio come tanti, uno di quelli non importanti, che non si ricordano

Sono

La coda alla cassa di un supermercato quel sabato pomeriggio in cui si ha fretta di tornare a casa ad ordinare gli acquisti nei mobili e in frigorifero, non tanto perché si abbia qualcosa da fare, ma solo per l’insofferenza di essere lì

Sono

Il miliardesimo passo della nostra vita compiuto per seguire il passo precedente e precedere tutti quelli che lo avrebbero seguito, necessari gli uni e gli altri ad arrivare dove si sarebbe dovuti arrivare, senza per forza ricordare il perché ci si stesse muovendo

Sono

Il giorno in cui si scopre di conoscere a memoria il ritornello della canzone che passano sempre alla radio in quel periodo, senza che questa ci piaccia particolarmente ma solo a causa di una sovraesposizione mediatica

Sono

Le freccette che hanno colpito il bersaglio, lanciate con un movimento goffo del braccio, rallentato e indolenzito dalle birre bevute, con la vana speranza che si infilino nel centro ben sapendo che non sarebbe mai accaduto

Sono

Il momento esatto in cui ci si addormenta programmando il domani, ricordando ciò che era avvenuto, immaginando ciò che sarebbe invece dovuto accadere

Sono

L’ennesimo momento in cui chiamò l’amica per accordarsi sulla serata da trascorrere insieme, dove si sarebbe andati, con chi avremmo intrattenuto conversazioni idiote insieme a confessioni personali, quando sarebbe stata l’ora appropriata per rincasare, come ci si sarebbe potuti divertire altrimenti

Sono

I crostini con burro e salmone che si sono mangiati la sera di capodanno, nella speranza di essere abbastanza ubriachi allo scoccare della mezzanotte per iniziare ad urlare la rabbia per un anno difficile che stava finalmente tramontando, desiderando che per una volta l’augurio di buon anno portasse veramente un briciolo di serenità

Sono

La ragazza al concerto quell’estate con quei capelli mossi di cui non si ricorda il colore, quegli occhi di una luminosità indescrivibile, quel corpo così femminile che pareva emanasse un profumo, quei lineamenti che non si saprebbero riconoscere, quella ragazza che non si ricorda ma che tanto si sarebbe voluta conoscere

Sono

La penultima frase di un libro…

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