Metamorfosi

Una giungla fitta, densa, umida. I rami degli alberi si legavano gli uni agli altri in una ragnatela inestricabile di abbracci stretti, non per affetto, ma per protezione. I raggi di un sole respinto fuori da quel mondo rimbalzavano sul manto di foglie che copriva la giungla disegnando una volta vegetale, una roccaforte inespugnabile. Solo qualche bava di luce filtrava, a stento capace di differenziare un ramo caduto da una radice, una foglia da un arbusto. In quel labirintico teatro affollato un’isola di spazio. Un piccolo prato da cui si poteva vedere il cielo terso e il sole splendente. L’erba era morbida e lucente. Sul quel tappeto, in posizione fetale, un uomo, nudo. Quando si svegliò gli parve di respirare per la prima volta. La cassa toracica gli dolse non solita a quel tipo di movimento. Sperduto e disorientato si guardò intorno, poggiando le mani sull’erba umida e destandosi solo col busto. Non sentiva le gambe forti abbastanza da sorreggerlo. Ma non fu quello che lo preoccupò subito, perché, dopo un rapido sguardo sconcertato, si rese conto che il prato si stava rapidamente rimpicciolendo, stringendolo in una cerchia di alberi che sembravano avanzare per circondarlo senza lasciargli via di scampo. Non aveva via di fuga, ovunque si trascinasse, altri alti alberi gli si paravano davanti. Anche il cielo sopra di lui stava per essere del tutto coperto dai rami e dalle foglie. Affondò le mani nel terreno in preda alla paura e rassegnato al dolore, senza rendersi conto che l’erba era scomparsa, ricoperta com’era da una sottobosco di foglie rinsecchite. Chiuse gli occhi, stringendo forte le palpebre, in un ultimo segno di penitenza. In quell’oscurità sentì il rumore degli alberi dileguarsi lentamente, come se si stessero allontanando, risparmiandolo.

Visse quell’attimo di estrema solitudine ed estraniazione dal tempo e dallo spazio con l’angoscia per ciò che poi sarebbe potuto accadere senza riuscire a quantificare quanto avrebbe dovuto attendere. Avrebbe potuto aprire gli occhi per fuggire dall’oscurità nella quale era immerso, ma non ne era capace. Avrebbe potuto urlare, non con la speranza di essere aiutato, ma solo per sentire almeno la sua voce, prova tangibile della sua esistenza, di cui non era più del tutto sicuro.

Lungo l’intera superficie del suo corpo sentiva una presenza estranea che si faceva largo, lo stringeva, lo estrometteva. Ne era intimorito e soprattutto non era in grado di opporvi resistenza alcuna. Era pervaso da un fremito, un prurito che non gli dava tregua. Cessò ad un tratto. In quel nulla ebbe a stento la forza di domandarsi se per tutto quel tempo incalcolabile che era trascorso avesse mai respirato. La quiete che lo attraversava e lo circondava era assordante. Immobile nella sua assenza percepì di non essere più.

Non poté dire di riaprire gli occhi, semplicemente una linfa di coscienza, di esistenza riprese a scorrere nelle sue vene che credeva ormai irrimediabilmente otturate. Era qualcosa di diverso, però, a cui non riusciva a dare un nome e nemmeno una spiegazione. Iniziarono a delinearsi dei contorni, offuscati, appena disegnati con tratti leggeri e nebbiosi. Riconobbe la giungla, ma solo per un processo di approssimazione, perché non era come la ricordava, ma non avrebbe potuto definirla diversa. L’unica cosa che capì era che era lui a percepirla in un altro modo, con altri occhi.

Si sentiva estremamente assonnato, come se si fosse appena svegliato da un eterno riposo; si sentiva pesante, forte, possente. Non ebbe modo di spiegarsi come giunse alla conclusione di trovarsi nel corpo imponente e goffo di un orso. Non si stupì della sua condizione, ma fu sorpreso di come l’avesse subito accettata, naturalmente. Non ebbe tempo di riflettere sulla sua metamorfosi; in quella giungla, ora statica e innocua nonostante le tenebre, dei movimenti rapidi e fugaci che non riusciva a seguire, destarono la sua attenzione e preoccupazione. Piccoli esseri si spostavano repentinamente da un ramo all’altro, salivano e scendevano dai tronchi, si avvicinavano a lui, come in avanscoperta, per poi ritirarsi con astuzia e velocità. Si dimostravano accorti ma soprattutto ostili nei suoi confronti. Quando vide tra quel via vai isolato di piccole formiche –non seppe mai quando si rese conto che si trattassero di quegli insetti- nugoli compatti che lo circondavano ed erano prossimi all’attacco, capì di essere in guerra e, forse, di non essere in grado di sopravvivere. L’attacco delle formiche fu massiccio e improvviso. Folate di insetti si schiantavano sulle sue possenti zampe, si arrampicavano, si aggrappavano al suo pelo folto e lungo. Salivano sulla schiena morsicando la pelle dura e ruvida. L’orso –o l’uomo- in un impeto di rabbia si alzò con un’agilità della quale non sapeva di essere capace; quasi alla cieca, prese a fuggire dimenando gli arti, colpendo e spezzando i rami piuttosto che arrecando perdite ai nemici. Con le zampe dedite alla fuga cercava di schiacciare le formiche che lo seguivano e circondavano, ma tante erano le unità avversarie che non era in grado di affievolire l’impeto dell’attacco che stava subendo e per il quale rischiava di soccombere. Non vedeva nulla; sentiva solo il fragore dei rami infranti, il tonfo dei suoi passi, sotto i quali talvolta percepiva il perire di alcuni suoi nemici, la marcia cadenzata delle formiche che lo attaccavano. Ormai, nonostante i suoi estremi tentativi di difesa, l’orso era completamente coperto da formiche che lo divoravano. Sentiva che le forze scemavano e lo stavano abbandonando. Non seppe dire quando cadde a terra, non si rese conto del dolore che provò, perché, come già gli era accaduto, si trovò nella quiete del silenzio, nel silenzio dell’oscurità, nell’oscurità del nulla.

Non si domandò se fosse salvo o condannato, né se fosse vivo o morto. Attese e in quella attesa gli parve di addormentarsi.

Senza alcun nesso logico o temporale, senza percezione di ciò che stava accadendo nella sua seconda metamorfosi, si trovò a camminare senza eleganza, tra la polvere. Aveva la barba incolta e un cappello consunto appoggiato su una testa china. I pantaloni sbiaditi erano stretti da una cintura logora. Intorno a lui solo il caldo, da mozzare il fiato. E il silenzio che strozzava la paura in gola. La sigaretta che stringeva tra le labbra umide di sudore sembrava non avesse ossigeno da bruciare, a stento si ringalluzziva quando l’uomo aspirava, stanco. Non c’erano ombre sul suo cammino, nessuno paesaggio. In maniche di camicia, arrotolate fin quasi alle spalle, cadenzava con le braccia i passi, cercando un suono che lo accompagnasse. Tra la polvere un insetto sgattaiolava tra la sabbia e la ghiaia che sprofondava nella polvere che alzavano i suoi stivali logori. Si tolse l’anello che portava al dito e notò quanto il sole avesse bruciato la sua pelle insieme alla sporcizia che ricopriva le sue mani. Non disse nulla perché non aveva nulla da dire. Camminò perché non gli restava altro da fare. In quel luogo senza strada e senza paesaggio, in quel cielo senza aria, tra il caldo e il silenzio non sentiva nemmeno i suoi passi. Percepiva a stento la sua presenza. Il sole lo abbagliava, sentì le gambe stanche cedere il passo allo sconforto. Cadde sulle ginocchia in un gesto estremo di pietà.

Un lenzuolo amaranto apparve in cielo, sventolando come un drappo, sinuoso come un serpente. Quell’epifania non gli diede speranza; non si convinse di essere salvo, ebbe solo la certezza che tutto era prossimo alla fine. In quel cielo senza azzurro, in quello spazio senza confini, ebbe la strana sensazione di percepire un canto; parole, come lanterne che si accendevano in successione, labili e flebili, giunsero alle sue orecchie:

Uomo non so se io somiglio a te, non lo so, sento che però non vorrei segnare i giorni tuoi coi miei

Le ripeteva nella sua mente come se le conoscesse da sempre, e mentre quelle parole si susseguivano sulle sue labbra, ogni cosa di quel teatro senza scenografia si sgretolava e scompariva in un fragore primordiale. Tutto, intorno a lui, implodeva o sfumava fino a raggiungere la consistenza del vuoto, la pienezza del silenzio eterno e solitario.

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