Combray non si chiama Combray. – Pt. 2

Thom sedeva sulla panchina di un parco londinese. Era verde, scomoda, arrugginita. Non sapeva che quella era la panchina sulla quale, più di trent’anni fa, un losco figuro guardava delle ragazzine con cattive intenzioni. Sarebbe stato un colpo assai vantaggioso se, in quell’attimo di quiete che si era concesso, avesse comunque tenuto una parte della sua mente vigile, attenta e rivolta all’obiettivo che si era prefisso. Forse questa mancanza d’attenzione era dovuta al fatto che sapeva di avere un compito, ma non aveva ancora chiaro quale fosse e in che modo avesse dovuto procedere. In saccoccia teneva ancora gli oggetti che era riuscito a recuperare a Parigi, città dalla quale aveva preso commiato senza voltarsi a guardare le torri e i viali.  Se ne era andato abbracciando la donna che desiderava portare con sé e che, invece, strinse solo per il tempo necessario ad un addio. Su quell’anonima panchina, tale era considerata erroneamente da Thom, lasciava scorrere il suo affetto represso affinché, sgorgando dal cuore fino alle spalle, precipitando lungo le vene delle braccia, aprendosi poi nel delta delle mani e nelle ramificazioni delle sue dita ed arrivando infine a sfociare dai polpastrelli, potesse tastare quella scodella nera piena di virgole e quell’oggetto a forma di pesce che nessuno avrebbe sospettato essere d’oro. La pioggia londinese lo infastidiva, l’aria bagnata gli rendeva irregolare la respirazione. Decise quindi di rifugiarsi in un pub per scaldarsi e bere una birra scura, come era solito fare quando si sentiva solo. Vide un locale sulla Abbey Road, dall’altra parte della strada. Una macchina gli diede la precedenza e Thom poté attraversare la carreggiata, sulle strisce pedonali, come un qualsiasi corretto cittadino. Al bancone del pub attese la sua birra mentre qualche studente imbarazzato gli chiedeva un autografo. Sopra gli scaffali dove erano allineati gli alcolici, la maggior parte dei quali velati da una patina di polvere, ad indicare non tanto l’incuria dei camerieri quanto la premura per l’invecchiamento delle bevande, era appeso un grande specchio rettangolare, disposto sul lato lungo, leggermente inclinato, che rifletteva i tavoli disposti alle spalle di Thom ed il marciapiede appena fuori dal locale. Thom se ne accorse quando affondando le labbra screpolate nella densa schiuma della birra, alzò leggermente il capo, ed inconsapevolmente gli occhi, per favorire lo scorrere della bevanda nella sua gola. Era un gesto quasi mistico, sacrificale. Lo ripeteva ogni volta che iniziava a sorseggiare una pinta. Si racchiudeva in sé e concentrava la sua attenzione sulla percezione che le labbra avevano della densità della schiuma, analizzava come le bollicine stimolassero il suo palato, misurava la consistenza della birra che si dilatava nella sua bocca, valutava la morbidezza con la quale riusciva a deglutirla, aspettava paziente l’aroma che lasciava dietro di sé e come esso si amplificava in gola. Quel rito fu interrotto quando si accorse dello specchio e delle persone che questo rifletteva.

Rifletteva, lo specchio, un giovane altezzoso, dal collo decisamente troppo lungo, l’espressione graffiata da lineamenti superbi come gli atteggiamenti che apparecchiava per dedicarsi all’inzuppare un biscotto nel tè. Si atteggiava ad esponente dell’alta nobiltà, sebbene il suo intento cozzasse con il suo scarsissimo gusto estetico rappresentato da un cappellaccio legato al collo da quelle che Thom, sorpreso e piuttosto inorridito, avrebbe detto essere delle stringhe. Si lamentava, il bizzarro soggetto, mentre chiudeva un bottone, decisamente posizionato troppo in basso, nell’asola del cappotto, con il suo dirimpettaio, accusandolo sgarbatamente di pestargli di proposito i piedi.

Rifletteva, lo specchio, il dirimpettaio. Un omone, alto, dal volto severo e la barba, appena brizzolata, ordinatamente incolta. Appariva, infatti, chiara l’attenzione che prestava perché l’incuria che intendeva trasmettere ad un primo sguardo per la sua barba fosse sovrastata dall’ammirazione per quanto questa risultasse, poi, ad uno occhio più attento, decisamente mascolina e affascinante. Le mani grandi e forti accompagnavo e arabescavano le parole pronunciate da una voce intensa, impostata, perentoria. Thom intuì si trattasse, dall’accento, di un italiano. Un attore, sicuramente; di teatro, probabilmente. L’eleganza e la naturalezza con la quale recitava nonostante non si trovasse sul palcoscenico, gli occhi vigili e penetranti con i quali fulminava il giovane di fronte a lui, e, infine, quella sua voce così irripetibile aiutarono Thom a riconoscere che quell’omone altro non era che l’immagine riflessa dallo specchio di Vittorio Gasmann.

Rifletteva, inoltre, lo specchio, seguendo i tavoli disposti dalla porta d’ingresso lungo la vetrata, una ragazza dai capelli lunghissimi, corvini. Thom stava per passare oltre non trovando nulla di rilevante in quell’immagine quando si accorse che la donna era nuda. I capelli le coprivano la schiena e i seni, scendevano morbidi e leggermente ondulati come un sipario. Le mani, poggiate innocentemente sul ventre, sotto il tavolo, parevano giunte, non per pregare quanto piuttosto per ringraziare. I movimenti cauti e lenti che intrecciate facevano erano certamente di ringraziamento. Thom la sentì cantare il suo inno di gratitudine all’India da cui si sarebbe detta essere appena tornata, al terrore che evidentemente aveva provato e l’aveva resa capace di resistere alle sofferenze, al disincanto che si leggeva nei suoi occhi coscienti, alla fragilità che mostrava con la sua nudità, alle conseguenze che si presentano implacabili ad ogni azione umana per render conto, al silenzio che l’avvolgeva e la innalzava nella sua bellezza.

-Vedo che hai iniziato il tuo viaggio, ma non hai ancora trovato la tua rotta- furono le parole che Thom sentì quasi in lontananza, come un’eco, interrompendo la panoramica che stava completando degli ospiti del pub. Al suono di quella voce chiuse gli occhi e quando gli riaperse nessuno dei clienti era più riflesso dallo specchio, nessuno più sedeva a quei tavoli disadorni.

-Molte strade stai percorrendo, mio inquieto amico, ma senza direzione- insistette quella voce che si era avvicinata e aveva portato con sé la figura magra e androgina di un uomo alto ed elegante.

Thom evitata il suo sguardo. Fin da piccolo si era esercitato alla chitarra con gli accordi che accompagnavano la voce di quell’uomo che sapeva accomodare sulla tela dei suoi lineamenti ruvidi panorami di sensualità e armonia. Sapeva che, se avesse alzato il capo dalla sua pinta di birra, avrebbe trovato due occhi eterogenei a incalzarlo. Non credeva certo Thom, quando intraprese il suo viaggio, che si sarebbe trovato, non molto tempo dopo, in un anonimo pub londinese, al cospetto del Duca bianco. Fu colto da un senso di inadeguatezza. Avrebbe dovuto prevedere il coinvolgimento del Duca in questa vicenda, il fatto di non aver previsto un tale attore su quel palcoscenico lo mortificò e demoralizzò.

-Venendo qui hai perso una grande occasione, sulla quale sedevi, senza rendertene conto- rincarò il Duca

-La panchina!- esclamò Thom

-La panchina è perduta ormai. Per questo mi trovo qui: indirizzare la tua poppa al vento, nuovamente, sulla corretta rotta. Ricorda le parole che leggesti a Parigi e accetta questo dono.

-Parigi, già…

-Non divagare, non ti soffermare, non riflettere; è andata, o meglio, -aggiunse l’uomo con una notevole dose di cinismo- è restata, tu sei dovuto partire, ed era quello che lei voleva-

Il duca allungò il pugno verso il corpo di Thom, blandamente appoggiato al bancone con il capo ancora chino, al quale consegnò una manciata di polvere di stelle.

-Stazione di controllo chiama il maggiore Tom- scimmiottò il Duca –Stazione di controllo chiama il maggiore Tom, motori accesi e che l’amore di Dio sia con te!-

Si voltò, il Duca, e se ne andò con la leggerezza e l’eleganza di chi sa disegnare gesti consueti con tratti che, nell’istante in cui vengono tratteggiati, paiono irripetibili.

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