Passeggio

Era un grigio d’autunno, l’aria era umida e bagnata. Arrossava le gote e le punte dei nasi. Il cielo era basso e compatto, lo si percepiva poco sopra le teste dei passanti. Non incuteva timore o angoscia. Restava comodamente sdraiato a poca distanza dalla terra, per nulla minaccioso, solo assonnato. L’erba ai lati della passerella che delimitava il parco era bagnata e verde; un colore lucido e spento, intenso e scuro. Era un colore silenzioso e addormentato. Qualche ultima foglia secca imputridiva alle radici degli alberi spogli. Tutti coloro che erano a passeggio quella mattina erano lieti ma nessun volto lo si sarebbe detto felice. Spesso si incrociavano occhi assonnati, altri più sereni. Quello che li accomunava era la meraviglia di un paesaggio tanto abituale per quella stagione. Nessuno se lo chiese sinceramente, ma la domanda che ognuno intimamente si pose era come potesse un paesaggio così decadente essere bello. Ritrovare la bellezza nella decadenza della natura, come la si riscontrava in quel mattino autunnale, era un mistero a cui nessuno sapeva trovare una soluzione e per questo ne era catturato. Ai chioschi famiglie comuni bevevano una tazza di cioccolata calda, più per scaldarsi le mani che per gola. I bambini con le cuffie in testa stringevano il giocattolo di turno che si erano portati da casa. Solitamente il modellino di un qualche eroe dei cartoni animati, al quale anteponevano ostacoli invalicabili come la teiera o il porta tovaglioli che venivano brillantemente elusi con salti e gesta atletiche spettacolari per efficacia e destrezza. I genitori bevevano la cioccolata in silenzio. La madre pensava all’arrosto in forno, ai piatti che anche quella domenica avrebbe dovuto lavare dopo il pranzo, senza il conforto del marito che si sarebbe accomodato, con in mano un bicchiere di grappa, insieme al suocero a guardare le partite di calcio in televisione. Sentiva già l’unto e il grasso dei piatti sulle sue mani, era una cosa che disprezzava, ma non potevano permettersi una lavastoviglie. Era stanca di avere come ospiti i propri genitori ogni fine settimana, non aveva molto da raccontar loro e non era interessata ai loro ricordi e ai loro acciacchi. Aveva paura della loro vecchiaia che non la riguardava e di cui non voleva avere nulla a che fare. La temeva perché vedeva ciò che sarebbe potuto accadere a lei fra qualche decennio. Sentiva già il suo corpo meno brillante, incapace di recuperare le forze spese per le attività quotidiane con la stessa velocità con la quale si riprendeva anni prima. Il marito al suo fianco leggeva il quotidiano. Lo amava, lo aveva sempre amato. Lo diceva a se stessa con una certa rassegnazione, la stessa con la quale talvolta abbracciava i suoi figli. Non chiedeva altro, la sua famiglia era la sua vita e le andava bene così. Non sognava avventure o libertà, era fiera delle sue scelte. La sua delusione derivava da un’aspettativa tradita. La notte prima delle nozze non riusciva a dormire, emozionata com’era, per il lieto evento che si accingeva a celebrare. Ciò che più la stimolava del matrimonio era la possibilità di condividere la propria vita con un’altra persona. I figli che avrebbe avuto sarebbero stati l’emblema di quella compartecipazione agli accadimenti che si sarebbero susseguiti da lì fino al giorno in cui avrebbe chiuso gli occhi per sempre. Questa prospettiva la rasserenava e lavava via quelle inquietudini che fino a quel giorno l’avevano accompagnata. Avere qualcuno al proprio fianco che condividesse i suoi giorni era fonte di serenità. Fin da quando era adolescente le accadeva di essere colta da un intensa paura di essere abbandonata. Per questo ovunque si trovasse, capitava che iniziasse a guardarsi intorno con il feroce bisogno di incontrare lo sguardo o solo di vedere la figura di una persona, se non amica, almeno conosciuta. Era convinta che il matrimonio avrebbe messo fine a tutto ciò. Ben presto si era dovuta ricredere. Non aveva avuto più quel bisogno improvviso di conforto, ma non era stato colmato il suo senso costante di inquietudine. Trovava sempre nel suo intimo più profondo una consapevolezza a cui non voleva dare ascolto, c’era un luogo chiuso nel suo cuore, irrimediabilmente presente in sé, che non aveva nome e a cui non osava mai accedere. Nessuno mai vi avrebbe potuto accedere perché se anche qualcuno avesse trascorso con lei l’intera esistenza, non avrebbe mai potuto condividerne l’essenza. A questo si era rassegnata, a malincuore. Il marito, appena spenta la sigaretta, che stringeva nella forbice delle dita intirizzite dal freddo, in un posacenere di plastica recante l’insegna di una bevanda d’aperitivo, arrotolava il quotidiano sportivo dal quale aveva raccolto informazioni sugli incontri che si sarebbero disputati il pomeriggio e grazie al risultato dei quali sperava di vincere qualche soldo che aveva scommesso il giorno precedente, inconsapevole, com’era, che la consorte custodisse il suo identico, solitario segreto.

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4 thoughts on “Passeggio

  1. questo scritto mi ha colpito al cuore… è proprio questo quello che non riesco a capire di me. quando sono sola, mi sento abbandonata incompresa, con il desiderio fortissimo di avere qualcuno accanto a me per sempre, ma quando invece non ero singol, ma fidanzata, mi sentivo come questa donna. Avevo un’inquietudine dentro, come se non mi si riuscisse mai a leggere fino in fondo, e mi sentivo sola lo stesso… e anche io mi riducevo a dire che lo amavo con rassegnazione. un giorno mi son detta: no, l’amore non può essere rassegnazione!!!! che matrimonio o che futuro avrei potuto avere se non questo che è descritto quì?e così ora sono in attesa di quell’attimo fuggente, di quella persona, che, per puro caso, mi toglierà questo senso di inquitudine…

  2. Potresti smettere cortesemente di scrivere questi piccoli intensi capolavori? Mi tocca, altrimenti, elogiarti tutti i giorni… e poi si rischia di arrivare alla venerazione! 😉
    Dimostri con le tue parole una sensibilità rara, profe. 😀
    A lunedì, aspettaci per caffè e brioche!
    🙂

  3. Matteooooooo…fatta colazione al bar stamattina? Caspita ti tratti bene! Comunque la mia ciambella era buonissima perchè la cannella con le mele e l’arancia si sposa perfettamente!Nulla a che vedere con le ciambelle adorate da Homer Simpson…quelle sono fritte e ricoperte di glassa di zucchero…sublimi!
    Anche io al bar prendo sempre la ciambella…e poi tutto il mondo mi sorride!
    Le volevo fare l’altro giorno poi mia madre mi ha dato lo stop…”appuzzisci tutta casa!Falle al forno!”…al forno????Sacrilegio!!No!!!
    Appena ho casa libera mi metto a friggere e faccio montagne di ciambelle!
    Buon fine settimana caro…a presto!
    Chiara

  4. anto: che tu la possa trovare al più presto
    emanuela: sono in fortissimo imbarazzo, grazie, davvero. vi aspetto sì, ma fate presto che abbiamo poco tempo!
    chiara: mangiane una anche per me, please!

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