Pasticci

Viola sarebbe un manto steso sulle spalle di chi si è perso, mentre cammina insicuro per le vie trafficate di una città sconosciuta. Si volterebbe, sospettoso. Ad ogni angolo cercherebbe dietro sé qualcosa che non ha mai avuto. Ricorderebbe le sere d’inverno nella sua stanza a fumare e ascoltare musica. Il caldo delle coperte e il sapore del latte. Quando la mano passerebbe tra i capelli saprebbe che quello è ancora il suo capo. Nient’altro potrebbe dire di se stesso. Resterebbe immobile all’incrocio di una strada senza semaforo, senza alcuna indicazione. Getterebbe l’ennesimo mozzicone di sigaretta a terra, mozzicone di un pacchetto che non parrebbe esaurirsi mai. Il suono di un cellulare gli ricorderebbe il campanello della propria casa. Un appartamento lontano, ubicato all’orizzonte dei suoi confini. Cercherebbe nelle tasche un biglietto di un autobus che non percorre le vie di quella città. Gli ultimi spiccioli che troverebbe nel portafoglio sarebbero monete di un conio straniero e gli uffici di cambio sarebbero chiusi per una festività non riconosciuta. Nemmeno le insegne pubblicitarie lo aiuterebbero ad orientarsi perché ad ogni sguardo sarebbero manifesti e cartelloni con slogan diversi di aziende concorrenti. Potrebbe sedersi ad una panchina se ne trovasse una non invasa da ricci piovuti da un cielo grigio e umido. L’aria fredda dell’inverno spazzerebbe via le sue residue certezze. Gli orologi sparsi per i campanili e le insegne luminose delle farmacie batterebbero sempre lo stesso secondo. Sarebbe quell’attimo in cui, alzando le braccia al cielo, cercherebbe, invano, di aggrapparsi ad un raggio di luce, mentre la nebbia lo circonderebbe, improvvisa.

Oggi ho trovato il tempo per scriverti, mia irata quiete, ricordi quando siamo finalmente usciti dalla nostra camera, non puoi non rammentare, non molte settimane sono trascorse da quella mattina, in cui ci risvegliammo nel nostro letto e guardandoci, sorridemmo. Come eravamo pieni di speranze, irata quiete, ricordi il ritmo seguendo il quale scendevamo le scale, tenendoci per mano? Dentro c’era la nostra storia, cantavamo i nostri giorni, scalino dopo scalino. Mia irata quiete, ti trovo in splendida forma oggi, qui, accanto a me. Il tuo volto è sorridente, si direbbe rasserenante. Cadono nuovamente lunghi capelli sulle tue spalle. Più consapevoli sono i lineamenti del tuo volto, spigolosi come sempre, ma velati da una nuova appartenenza. Maturi e coscienti brillano i tuoi occhi. E quel sorriso, mia irata quiete, il tuo sorriso! A quelle labbra che si allungano maligne e maliziose non ho mai saputo resistere. Ho incontrato molte donne che mi hanno sorriso, ad alcune di loro sono stato costretto a strapparlo ricoprendomi di ridicolo. Ma il tuo sorriso, cara irata quiete, è ammaliante e trascinante. Brindiamo quindi, al tuo volto, nuovamente qui, di fronte a me. Ti ho versato un bicchiere di rum, so che ti piace, lo sento scendere nella tua gola. E’ caldo, lascia una scia, come ricordi. Lo so, hai voglia di ballare, irata quiete, quella che suona è la musica che ami, ma non sono mai stato un buon ballerino. Il mio corpo è legnoso, esile, magro. Risulto goffo nel vano tentativo di seguire un ritmo, assecondandone, con i movimenti, il suo procedere cadenzato. Ma tu, mia adorata irata quiete, oh, tu sei bravissima. Le tue gambe lunghe e snelle già le vedo scivolare da una piastrella all’altra, su una nota dopo l’altra, come se salissi lungo un sentiero in montagna. Il tuo ventre asseconderebbe le varianti delle melodie quasi anticipandone la rotta. Li vedo i tuoi fianchi ridisegnare i confini di questa stanza umida e solitaria. Balla per me, irata quiete, mentre accendo un’altra sigaretta. Ti lascerò le ultime boccate, come sempre. Il nostro pane quotidiano –ricordi?-, così lo chiamavamo. Solo di qualche pasto frettoloso ci siamo cibati, insieme, ma era la sigaretta che fumavamo mano nella mano, sdraiati sul letto, a saziarci. Danza irata quiete, il sudore già imperla la tua fronte, gocce solitarie cadono lungo il tuo collo. Quante volte lo baciai mentre mi leggevi le pagine di quel libro che non abbiamo mai scritto? Ricordo le mie labbra sfiorare la tua pelle, leggermente. Cosa ci dissero i nostri corpi che non abbiamo mai avuto il coraggio di ascoltare? Ero sordo alle loro parole, irata quiete, e tu le ascoltavi le loro domande? O erano risposte? Perché non mi hai mai detto nulla? Riposati ora, qui, tra le mie braccia, sei esausta. Avrei dovuto ritirare gli abiti stesi, così avresti avuto più spazio per liberare le braccia nella danza, mentre scuotevi il capo e muovevi le spalle. Mi gira la testa, irata quiete, se penso ai giorni in cui siamo stati lontani. Un lungo sbadiglio è quello che mi resta. Chiudi gli occhi, china sul mio petto, e lasciami accarezzare la tua femminilità adagiata sulle tue palpebre chiuse, mentre recuperi il fiato. Ripercorrere con un carezza la linea delle tue sopracciglia, buttarmi nella discesa del tuo naso, tuffarmi nella morbidezza delle tue labbra. Irata splendida quiete continua a custodire gelosamente gli occhi che ho guardato, i nasi che ho sfiorato, le labbra che ho baciato. So che non mi tradirai. Sei la mia memoria, irata quiete. Non vuoi che te ne parli, sei gelosa, lo capisco. Sembra tu non sappia di essere loro. Vedo malizia nei tuoi seni e sorrido benevolo. Da quanto tempo non ti scrivevo? Per quanto ancora lo farò? Non credo per molto, gli occhi si fanno man mano più pesanti e gonfi. Dovrei fare una pausa, riposare un poco, cambiare musica, magari, ascoltarne una più accomodante. Ho paura che smettendo non riprenderei più, irata quiete, lasciandoti nuovamente sola e non vorrei. Voglio trascorrere questa notte con te, come un tempo. Ma non ho risposte, ora, né domande. Per questo sei tornata.

Il prurito, il prurito mi tormenta. I più sarcastici e malevoli consiglierebbero una doccia, ma non è la mia pelle ad essere sporca.

Vorrei stendere una di seguito all’altra tutte le cartine che ho arrotolato per le sigarette. Sarebbero un ponte. Riuscirebbe a colmare la nostra distanza?

Le metafore sono liquide, se inappropriate, fumose e vacue. Solo la lucidità e la perizia le colmano di senso e luce. Penso a metafore banali, come una stanza buia, un ponte, l’inverno freddo. Solo figure retoriche banali, per una melensa banalità, mi manca.

Sono stanco.

Nevicasse pure, scendesse tutta la neve che deve cadere. Vorrei vedere il primo fiocco come un mozzo che intravede terra. Bianco fiocco menzognero, placido e lento, solitario e spavaldo, vorrei vederti scendere; vorrei seguire il tuo cammino con l’indice della mano, a poca distanza da te, senza intralciare la tua rotta. Seguirti mentre silenzioso, all’oscuro di tutti, ti sfaldi a terra. Vorrei essere tanto attento e perspicace da percepire il rumore del tuo infrangerti sull’asfalto. Ascoltare le tue ragioni, sentire il suono della neve che ovatta. Non mi interessa sapere quanti ti seguirebbero, poi. Saresti tu l’unico che attirerebbe la mia attenzione. Tu sei la neve. Può farsi bianco, in seguito, ogni tetto e via della città. Il tuo ultimo grido di chi, in prima linea, per primo, ha scatenato la battaglia, quel grido voglio fare mio. Non mi piace la neve con la sua luce riflessa e il suo candore fasullo. Il tuo sacrificio, però, è nobile. Il tuo suono andrebbe cantato con umiltà.

Accarezzavo le tue mani.

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2 thoughts on “Pasticci

  1. Matteo carissimo!Sono riuscita a passare qui nel tuo cantuccio solo ora perchè le feste appena trascorse sono state frenetiche e piene di impegni! Spero che tu abbia passato un Natale sereno e ti auguro che questo nuovo anno sia ricco di sorprese e novità.
    Ho visto che hai scritto taaante nuove cose…un po’ alla volta leggerò tutto!Buona giornata…a presto!

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