Combray non si chiama Combray

Dopo il Benjamin di Michele Mari, tento con il mio Thom Yorke di proseguire la ricerca dei feticci della letteratura del Novecento

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Walter Benjamin alza lo sguardo alla volta di ferro e di vetro del passages des Princes, e ancora una volta s’incanta[1]. […][2] La sua malinconia non aveva mai accettato la perdita d’aura inflitta dalla riproduzione industriale, ed era proprio questo che egli andava cercando in giro per Parigi: l’aura. Inseguita come un feticcio, […]

–Scusatemi, sapreste dirmi in quale casa viveva un signore di nome Céline… cioè no Destouches, Luois-Ferdinand Destouches, lo conoscete? […]

-Non abbiate paura del prezzo, ci metteremo d’accordo. Aprì lo scatolino. Dentro, adagiate sopra un letto di bambagia, c’erano tre minuscole sfere nere, ognuna non più grande di una pallina da caccia. […]

-Non ditemi che…

-Ma certo che sono loro! I tre puntini! La più grande invenzione del secolo! Per quel che riguarda la letteratura s’intende, […] Oh, dico: mica tre puntini di uno qualsiasi, i suoi! E gli originali, mica una copia! […] Esitate? Vi vedo esitante! […] Vi farò… vi farò un’altra offerta, ecco!

Dicendo queste parole porse al suo ospite un’altra scatolina simile alla prima. Aperta, rivelò tre pfenning incollati su un cartoncino.

-State scrivendo un saggio su quel Bertold Brecht, no? Ecco allora, […], per voi, quei famosi tre soldi! Farebbero 30 franchi, ma se prendete le due serie insieme datemi… cià, datemene 100 e son contento!

Uno scarafaggio attraversò velocemente la stanza.

-Oh Gregor!- esclamò il nano […] Chinandosi il nano rivelò una schiena gibbosa. […]

Benjamin si ricordò che un mese prima il suo amico Scholem gli aveva detto di aver letto un romanzo appena pubblicato a Vienna intitolato Auto da fé. Ora, stando a Scholem, uno dei personaggi più straordinari di quel libro era un nano megalomane e millantatore di nome Fischerle: […]

-Vi dice niente il nome Fischerle?

-Mai sentito. Sarebbe?

-Il personaggio di un libro.

-Vi sembro uno che ha tempo per leggere i libri, io?

-Eppure mi stavate vendendo segni d’interpunzione e pezzi di titolo, e quello scarafaggio l’avete chiamato Gregor…

-Sentite, non è che ramo Kafka ci sia molto da scialare eh? […] ma se mi date qualche giorno e la sua giusta caparra vi posso procurare un pezzo di quelli, ma un pezzo […]

-Odradek!

-Sapevo di parlare all’uomo giusto.


Thom Yorke, dopo essere inciampato in uno scalino inesistente all’uscita del metrò, circondato da un cielo limpido, una folla sfuocata, una donna sorridente, per la prima volta si sveglia. Alzando finalmente lo sguardo da terra sedò un poco la sua inquietudine. Il volto solitamente contratto si distese quando giunse al passages des Princes, convinto com’era, di percorrere gli stessi passi di Walter nel secolo scorso. C’era molto da fare, ancora, importanti questioni da sbrigare, lunghe ricerche da seguire, molti oggetti da recuperare. Non era perfettamente cosciente del perché stesse cercando di completare la collezione di Benjamin, ma sentiva che un senso si nascondeva tra quelle cianfrusaglie che aveva ereditato dal filosofo ad un’asta di beneficenza. Le aveva acquistate per pochi spiccioli, essendo considerate da tutti oggetti di poco conto. Anche lui in un primo momento non dava importanza a quelle insignificanti cose. Una frase, però, lo tormentava mentre ne faceva l’inventario: “E’ per chi non ha speranza che ci è data la speranza”. Trovò anche un quaderno di viaggio. Dopo averlo letto partì alla volta di Parigi, con quella frase martellante in testa, alla ricerca di un nano.

-Scusate conoscete per caso un nano, dovrebbe abitare da queste parti… si chiama Fischerle, forse

-Non ci sono nani qui, monsieur

-Quassù, Signore Illustrissimo, quassù. Io ho rilevato l’attività del nano, Le posso essere d’aiuto, salga

Thom salì le scale e la sua aspettativa di aver a che fare con un nano si dissolse quando giunse al cospetto di un uomo alto, la cui altezza era ancor più esasperata dalla magrezza del suo corpo, il volto raggrinzito nascondeva l’esatta età, mostrando però, una vecchiaia incalcolabile. I tratti ariani, gli occhi freddi incutevano timore.

-Bacio le mani di Vostra Signoria, mi presento a Voi, sono Q. già fedele osservatore, al Vostro servizio, ora. Voi siete un musicista, ho sentito parlare di Voi, cosa Vi conduce in questa città decaduta?

-Cerco brandelli di storia, credo

-Ero stato informato che qualcuno aveva acquistato la collezione dell’ebreo, non pensavo foste Voi, Signore Illustrissimo, né mi aspettavo che il nuovo possessore sarebbe giunto così presto. Ma se siete qui significa che le voci che circolano sul Vostro conto sono corrette, Voi siete la persona giusta. Ho quello che cercate!

Q. fece accomodare Thom nella sua maison. Era un locale molto inospitale, colmo di fogli ingialliti, disordinatamente sistemati sui mobili e sul pavimento. Erano missive tutte scritte a mano con un carattere medievale, praticamente illeggibile. Sullo scrittorio, perfettamente in ordine, una risma di fogli bianchi, penna e calamaio.

Q. raccolse dallo scaffale più alto della sua libreria una scodella nera

-L’umanità si è dannata l’anima alla ricerca del Graal, inutilmente, perché non è mai esistito! Questa piccola scodella, invece…

-Non ditemi che…

-Esatto è proprio questa! La scodella! Quella stessa scodella che giaceva ai piedi del Cristo Re Nostro Signore Gesù Cristo quando fu crocifisso e risorto per noi! E guardi all’interno, c’è un regalo per voi…

-Ma sono…

-E’ astuto, lo sono! Sono le virgole di Saramago! Le stesse che hanno scandito la vera storia della scodella e di Nostro Signore, altro che Graal, sciocchi!

Mentre Thom ammirava la scodella alla ricerca di grumi di sangue del Cristo, Q. gli offrì una tazza di tè, con ghigno compiaciuto per l’entusiasmo con il quale il suo ospite maneggiava incuriosito le virgole del portoghese.

-Vostra Signoria desidera inzuppare nel tè qualche Madeleine?

A quella parola Thom cadde in un profondo pozzo d’introspezione. Il ricordo del sapore di quel dolce delicato lo avvolse e riportò alla sua mente le estati trascorse in una campagna senza nome, dove correva nei prati, senza colpe. Voleva rimanere attento e vigile, però, rifiutò con garbo, quindi.

Q., intanto, si era premurato di andare a prendere ciò che, era convinto, avrebbe molto colpito il suo ospite. Quando Thom rinsavì dai suoi ricordi non poté che esprimere tutta la sua meraviglia per i preziosi oggetti d’artigianato che aveva di fronte agli occhi.

-Non possono essere loro…

-Ma certo! Ecco a voi, Signore Illustrissimo, i pesciolini d’oro del colonnello Aureliano Buendìa! Sono una vera rarità… mi rammarico di non poter affiancare a questi la collezione di minuscoli fiori gialli raccolti a Macondo per il funerale del re, ma sono già stati venduti!

-Chi li ha acquistati?

-Un signore bizzarro, diceva di essere la personificazione dell’era informatica, un certo Bill. Non mi era molto simpatico. Non potevo, però, lasciarlo andare a mani vuote –sa, sono tempi duri!- gli ho presentato e venduto solo i fiori, giusto per fare in modo che si congedasse velocemente. Non era degno, come voi, del compito che vi siete prefissi, entrambi. La sua era solo cupidigia, la Vostra è sete… Allora, Signore Illustrissimo, concludiamo l’affare? E’ una grande occasione, se ci pensa, Le sto facendo un’offerta che non può non considerare assai vantaggiosa…

Thom alzò lo sguardo che fino a quel momento era stato catturato dalla splendida visione dei pesciolini d’oro del colonnello. Si accorse che dietro al volto vetusto di Q. campeggiava, sopra l’arco che conduceva alle camere da letto, una scritta. Era in ebraico: “Shomer ma mi-laila, shomer ma mi-leil” e poco più sotto: “Ata boker v’gam laila[3]

Con una scodella nera colma di virgole e un pesciolino d’oro tra le mani, Thom, capì.


[1] Tutto il ferro della torre Eiffel / Michele Mari. – Torino : Einaudi, copyr. 2002

[2] Omissis del blogger

[3] “Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?” “Viene il mattino, e viene anche la notte;
Se volete interrogare, interrogate pure; tornate un’altra volta” Isaia, cap. 21, 11-12

One thought on “Combray non si chiama Combray

  1. Eccomi!Come promesso sono venuta a infastidirti anche qui!
    Inutile dirti che ti leggo sempre con molto piacere..ed ogni volta mi stupisco perchè sei veramente bravo!
    Geniale direi, una mente che raramente mi è capitato di incontrare!
    Non prendere questi come dei semplici complimenti(non sono proprio tipo) ma come dei giudizi ragionati, scaturiti da impressioni spontanee confermate da un attenta lettura (per quello che può valere la modesta opinione di una tua lettrice!).
    Questo racconto è formidabile, interessante l’intreccio, originalissimo nella struttura narrativa, infarcito di riferimenti orditi ad arte l’uno all’altro.
    Non ti nascondo che per qualcosa io abbia avuto bisogno di ricerche,non conoscendo qualche opera citata, colpa della mia cultura forse un po’ troppo scolastica,stagnante sui soliti “capolavori”. Grazie a te da oggi sono un po’ meno ignorante…e da domani sarò un po’ più colta perchè correrò in libreria per colmare le mie lacune!
    Aspetto il prossimo post…
    A presto…
    P.S. Io adoro i puntini di sospensione(rigorosamente tre, per carità!)…

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