un tatuaggio per i miei trent’anni ;

Se da un lato adoro trovare simboli anche dove non ci sono, dall’altro questi stessi simboli spesso mi spaventano quando si ritorcono contro. Compiere trent’anni, quindi, per me ha un significato importante; è un simbolo, un momento di passaggio della mia vita. Sarà perchè i vent’anni sono un’età mitica narrata da tanti, rimpianta da tutti, sarà perchè i trenta senti il dovere di essere adulto e maturo, sarà che ciascuno di noi ha bisogno di scadenze per pianificarsi un po’ la vita; saranno tutte queste cose, resta il fatto che mi accingo a compiere trent’anni e sono in preda a una preoccupante vena di bilanci esistenziali. So che questo post potrebbe diventare il seguito di Jack Frusciante è uscito dal gruppo per banalità di contenuti e dubbio gusto della forma con cui vengono espressi, però due o tre cose sento di doverle dire.

Perchè a vent’ anni è tutto ancora intero, perchè a vent’ anni è tutto chi lo sa,
a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’ età

Non c’è niente di più vero in quelle parole. E’ tutto ancora intero, è tutto chi lo sa. E sì, a vent’anni si è stupidi davvero. La cosa che ci si dimentica sempre, però, è che a vent’anni -come a trenta o a sessanta- le conseguenze delle nostre azioni non guardano, prima, la carta d’identità e l’anno di nascita. Semmai, dopo, hanno la delicatezza di dare una pacca sulla spalla, di partecipato conforto. Quasi a dire: “bella sfiga; sì, insomma, avevi vent’anni -si è stupidi davvero a vent’anni- poteva anche non capitare proprio a te”. A vent’anni è tutto ancora intero: è tutto vero, a vent’anni puoi fare e scombinare come e quanto ti pare e piace, resta tutto ancora intero. Tutto è possibile, a vent’anni, a meno che… A meno che non rompi quello che è intero. Anche a vent’anni quello che è intero si può rompere, e se lo rompi irrimediabilmente, resta irrimediabilmente rotto. Non ci sono vent’anni che tengano. Questo nella stupidità dei vent’anni -e a vent’anni si è stupidi davvero- non lo si capisce mai fino in fondo. O almeno fino a quando non si rompe irrimediabilmente qualcosa.

Io avevo i miei vent’anni, e avevo tutto intero. Avevo un piano di quello che avrei voluto fare. Niente di troppo complesso, o di troppo restrittivo e restringente. Un quadro generale, qualche obiettivo strutturale, due o tre sfizi, cose così. Un piano non è fatto per essere rispettato, semmai il contrario. Un piano segna lo spazio entro cui cambiare piano. Non ho mai portato a casa nulla dei piani che avevo steso all’inizio. Volevo fare filosofia, sono finito a fare la scuola di bibliotecario. Volevo fare il bibliotecario per studiare filosofia sono finito a fare il catalogatore per le biblioteche. Volevo fare il rivoluzionario anarco insurrezionalista, a tempo perso convinto comunista, sono diventato imprenditore. Di una cooperativa, certo, ma sempre impresa, libero mercato, concorrenza, quelle cose lì che, adolescente con il  pugno alzato e i capelli lunghi, contestavo convintamente. Avevo i capelli lunghi, già, ora sono prossimo alla calvizia. Volevo essere io con le mie quattro cose, con il mio cestello di feticci. Quello, però, l’ho portato sempre con me per tutti questi anni, e ci sono dentro proprio le cose che volevo portare: la musica progressive, qualche libro, due o tre argomenti e citazioni ad effetto che con le ragazze funzionano sempre, una manciata di ricordi importanti e di aneddoti divertenti, tre o quattro convinzioni che fungessero da direttrici stabili. Prima fra tutte: fai la parte del tuo dovere. In questi vent’anni, o meglio nel decennio dei vent’anni, ho imparato due cose, fondamentali: essere solo e ascoltare, spesso a mio stesso discapito. Ho imparato a vivere da solo e a vivere solo. Si vive insieme si muori soli, era un’urgenza che non potevo rimandare. Ho imparato ad ascoltare, ma per quanto reputi questa una nobile conquista, mi ha creato una moltitudine di complicazioni e di problemi tali da lasciarmi qualche dubbio pratico sull’opportunità di coltivare una tale prassi.
Ho fatto buona parte delle cose che si fanno a vent’anni, molte me le sono andate a cercare, anche con minuziosa pazienza e attenta, spasmodica precisione. Altre semplicemente mi sono capitate, come è giusto che fosse, perchè così è la vita, e le ho gestite. Alcune, invece, purtroppo, le ho clamorosamente perse, ciccate, saltate. Potrei rammaricarmene ma renderei questo post -già abbastanza lungo- eccessivamente pesante. Le cose che ho fatto le ho volute, cercate, coltivate quasi con perversa costanza, alcune di esse anche con motivazioni sbagliate e perciolose. Posso dire se non di avere vissuto, di avere una certa esperienza su cosa sia vivere un certo tipo di vita, ecco. Non mi sono fatto mancare niente, e quello che mi è mancato era perchè non lo potevo avere. Altra massima che ho sempre avuto presente: non si può avere tutto dalla vita. Ho fatto un sacco di cose belle, coltivato alcune amicizie imprescindibili, mi sono divertito, mi sono andato a cercare le cose che volevo e non ho mai aspettato che altri me le presentassero belle e pronte. Ho fatto una sequenza spropositata di errori e danni.  Se c’è una differenza tra me e altri (non tutti, nessun vittimismo, qui) è questa: gli errori e i danni che ho fatto, purtroppo, li ho sempre pagati. Alcuni di questi li pagherò per sempre.

avevo pochi anni e vent’anni sembran pochi,
poi ti volti a guardarli e non li trovi più.

Eccoci qua, allora, a trent’anni. Qua a pensare a quanto pochi sembrano i vent’anni, a voltarci indietro e a non trovarli più. Ai tuoi piedi -per restare in discografia- pezzi di vetro. I miei vent’anni, quelli che erano tutti interi, ho trascorso il tempo a creparli, e in prossimità dei trenta sono esplosi, frantumandosi. Raccolgo i ciocchi. In qualche modo, tralasciando le cose che ho perso irrimediabilmente (alcune di esse importanti, per non dire vitali), la concomitanza dell’esplosione dei venti e l’inizio dei trenta mi facilita il compito. Il simbolismo, come si diceva all’inizio, mi affascina e stimola. Ho perso la salute, il tabacco, la coscienza di quello che sono stato. Quasi tutto quello che ho vissuto andrebbe rivisto, rivalutato e rigiudicato. Quasi tutto quello che ho vissuto andrebbe rivissuto, in realtà, ma è un privilegio che non mi è concesso. Il resto, invece, lo porto con me. Non è nemmeno un gruzzoletto così piccolo, a dirla tutta. Sono anche ostinatamente orgoglioso delle cose che sono rimaste intatte all’esplosione. Non era così scontato. Sono felice, per questo, di averci ancora a che fare e mi rassicura il fatto di saperle ancora con me.

Facendo, in conclusione, tutti questi ragionamenti ho pensato che in grammatica la punteggiatura prevista per indicare una cesura intermedia abbastanza sostanziale in una proposizione, senza interromperla, è il punto e virgola. In catalogazione, inoltre, la punteggiatura non conclude, ma introduce. Mi è parso, quindi, che potesse essermi utile, come metafora dei miei trent’anni, un punto e virgola per segnare un nuovo inizio, lasciando indietro buona parte del discorso, ma mantenendo qualche elemento significativo. La frase, insomma, continua anche se dopo una pausa rilevante. Ho pensato questo, e ho pensato che sapevo anche cosa avrei voluto ci fosse scritto dopo quel punto e virgola nella proposizione della mia vita. So cosa voglio e aspetto che venga scritto, ma questa è storia per un prossimo post, ci si augura. Ho pensato, infine, che sarebbe stato bello -e soprattutto simbolico- farsi un tatuaggio per i trent’anni e che il tatuaggio, a questo punto, non poteva che essere un punto e virgola, sul polso destro, questo:

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da ultimo, l’ho scritto anche su twitter, lo ripeto qui: ognuno dovrebbe avere un posto sicuro e al sicuro nel quale rifugiarsi. il mio è il giardino del mago

bere otto litri di birra artigianale è un suicidio

La birra artigianale è una delle più grosse mistificazioni del nostro tempo. Non ha nulla a che fare con il design, ma è un esempio perfetto di come il povero artigiano sia stato trascinato dentro una specie di slow design e di endangered specie, ovvero un povero pellerossa o nativo-americano in una riserva spopolata. La birra artigianale è un paradosso visto che la birra per antonomasia, Oktoberfest docet, è una sostanza da consumarsi preferibilmente in quantità industriali. Bere otto litri di birra artigianale è un suicidio. Ma la mania del doc ha infettato anche le cose più semplici, tipo la pizza, nate per essere divorate dalle masse.

[Franco Bonami. Il design dalla A all'AK-47. In: IL. N. 50 (aprile 2013)]

di nuovo con proust

non so perchè mi è tornata la voglia di riprendere dove avevo lasciato. con tutto quello che è accaduto e il tempo che è passato, quando ci pensavo non ero sicuro che sarei tornato a leggere queste pagine. e invece ieri sera, saltando di libro in libro, di frase in frase, me lo sono trovato tra le mani e ho pensato che fosse il momento giusto per riprendere. ritrovare la recherche e proust esattamente là dove li si era lasciati, esattamente come mi ricordavo che fossero, è stato -come dire- confortante.

Il viso chinato a mezzo, dove la soddisfazione sembrava in lotta con la compunzione, gli si piegava in piccole rughe d’affabilità.

[Proust, Alla ricerca del tempo perduto. Sodoma e Gomorra II, cit., p. 142]

perchè mi piace don’t tell me di madonna

La realtà è che non ho molto da dire a riguardo. Perchè quello che avrei da dire sarebbe un tentativo di tradurre tutte le emozioni, le sensazioni e le pulsioni che si accendono in me quando guardo questo video. Sono sentimenti anche parecchio diversi tra loro e talvolta contrastanti. C’è l’allegria e la spensieratezza di un ballo country collettivo, con quei passi tipici e standard della ballo country, che vien voglia di afferrare un boccale di birra fresca e schiumosa e salire sulla tavolata di legno con gli stivali da vaccaro e il cappello a tesa larga; c’è il fascino del contrasto tra ritmi sincopati e melodie tradizionali; c’è, non lo si nasconde, una pulsione erotica di un certo qual livello, dato il soggetto danzante e cantante, e il modo in cui canta, ma soprattutto danza. C’è anche -non so- una semplice gioia. Una gioia basica, di bassa intensità, elementare. La gioia di una cosa che piace, senza troppe riflessioni o giudizi. Piace, istintivamente.

i miei due viaggi da sogno, o viaggi assurdi che vorrei fare

Avevo un sogno; era quello di intraprendere un viaggio che mi portasse a visitare le metropolitane delle grandi città. Fare un viaggio subway, e mai in superficie. Mi hanno sempre affascinato le metropolitane. Ho sempre immaginato fossero un mondo a parte, città-altre rispetto a quella sotto il cielo. Mi incuriosiscono le città sotto terra. E quindi questo è uno dei miei viaggi strani che vorrei fare.

L’altro si è aggiunto stamattina leggendo questo articolo. Certo per noi italiani sapere dove trovare ogni statua degli eroi del baseball può interessare poco. In fondo però il baseball è molto degli Stati Uniti e sarebbe bello avvicinarci a loro da questo punto di vista. Un pellegrinaggio lungo le statue e i miti del baseball (magari, se sogno deve essere, con DeLillo come guida).

Da entrambi credo ne verrebbero fuori delle belle.

enza la credenza

molti di voi, quelli che più intimamente mi conoscono, sapranno che quella ritratta nella foto è destinata a fare una brutta fine. questo certo non è un grande incipit, ma sicuramente non si può dire che non sia la verità. è un regalo, per altro molto gradito e apprezzato. insomma è una piantina, che tengo sulla scrivania vicino al computer in camera mia. i più precisi ora avanzeranno dubbi e perplessità sulla vicinanza della pianta al microelaboratore elettronico, o sull’opportunità di tenere una pianta in un ambiente come la camera da letto. altri ancora, ripeto, memori della mia tragica esperienza con la pianta grassa, svampata come un palloncino punto da un ago, sapranno non preoccuparsi tanto di me, quanto piuttosto della pianta, povera lei. lei, per inciso, si chiama, in conclusione: Enza La Credenza, ed è questa qui

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per chi avesse una pianta simile e, come me, non avesse la più pallida idea di come gestirla e curarla, ecco una rapida scheda informativa

#8marzo: anche se non era la donna più bella del mondo, si comportava come se lo fosse

Probabilmente non era bella nel senso classico del termine, ma era molto carina, e ben più che attraente perchè gli occhi maschili si incollassero su di lei ogni volta che entrava in una stanza. Quello che le mancava in pura bellezza, la bellezza da diva del cinema di certe donne che dive del cinema magari non lo sono, la compensava emanando un’aura di fascino, soprattutto quando era giovane, dai venticinque ai quarant’anni, una misteriosa combinazione di portamento, sicurezza ed eleganza, gli abiti che suggerivano la sensualità della persona al loro interno senza enfatizzarla troppo, il profumo, il trucco, i gioielli, i capelli acconciati con stile, e, soprattutto, l’espressione giocosa dei suoi occhi, a un tempo diretta e riservata, un’aria sicura, e anche se non era la donna più bella del mondo, si comportava come se lo fosse, e una donna che riesce in questo inevitabilmente farà girar la testa, e fu per quello, senz’altro, che le matrone cipigliose della famiglia di tuo padre si misero a disprezzarla nel momento in cui abbandonò l’ovile.

[Diario d'inverno, Paul Auster, cit. pp. 111-112]

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